L’industria del Welfare come leva di crescita per l’Italia

1. Introduzione

Nell’Italia che cresce a tassi da “zero-virgola” c’è un settore industriale che viaggia a un passo da economie emergenti: +6,9%. È l’industria del welfare, l’insieme delle soluzioni per salute, assistenza, istruzione, cultura, supporti al lavoro, previdenza. Certo parlare di welfare come di un settore industriale può sembrare irrituale, dal momento che questa parola significa per molti interventi (e costi) sostenuti dal sistema pubblico, e per qualcuno in modo esclusivo. Ma se si misura quanto e come gli italiani spendono “out of pocket” – cioè fuori da ogni tipo di rimborso – per assicurarsi un adeguato servizio di protezione sociale, pubblico o privato che sia, la cosa appare meno eretica. Esistono infatti almeno quattro ragioni che fanno ritenere indispensabile un approccio industriale al tema welfare.

2. Perché serve parlare di industria del welfare

I volumi, innanzitutto. I dati del Rapporto 2019 sul bilancio di welfare delle famiglie italiane di MBS Consulting, dicono che questa spesa è stata nel 2018 di 143,4 miliardi, pari all’8,3% del Pil, in crescita del 6,9% rispetto al 2017, con all’interno filiere che si sviluppano a due cifre (salute e assistenza ad anziani su tutte). Gli italiani destinano al welfare più di quanto facciano per nutrirsi (l’industria alimentare ha un fatturato di 137 miliardi), vestirsi (la moda vale 95,7 miliardi) o arredare casa (il mobile ha un giro d’affari di 41,5 miliardi), per citare solo tre classici comparti del made in Italy. Ma mentre questi settori sono strutturalmente in stagnazione, i “consumi di benessere” crescono agni anno. L’esigenza di sviluppare politiche industriali a sostegno del settore welfare trova in questi numeri una prima, irrefutabile ragione.

Figura 1. Spesa di welfare delle famiglie italiane

Vi è poi una considerazione di ordine demografico. In un Paese socialmente maturo come il nostro (dove nel 2018 gli over-60, ormai vicini al 30%, hanno superato gli under-30) i consumi di welfare sono destinati a caratterizzare l’evoluzione del mercato e della società nei prossimi 10 anni. E le imprese operanti in questo settore – dalla sanità alle biotecnologie, dalla farmaceutica ai servizi di assistenza, dalla cultura alla protezione dei rischi – possono trainare a lungo termine crescita economica e PIL.

In terzo luogo, l’Italia è investita da un cambiamento socio-culturale che cambia la domanda stessa di welfare. è quanto si osserva nell’ambito sanitario, dove emerge la richiesta di un’assistenza sanitaria continua, capace di seguire individualmente le persone e guidarle nella scelta e gestione delle prestazioni. Il nostro sistema sanitario, strutturato in servizi specialistici, è invece ancora un modello di prestazione on demand, che lascia l’iniziativa al paziente. La strada che il nostro welfare ha davanti dunque è duplice: assicurare livelli essenziali di sicurezza sociale e benessere per tutti i cittadini, e assecondare l’evoluzione di una domanda che si fa sempre più sofisticata, e richiede innovazione non solo in campo sanitario, ma anche nel campo dell’istruzione e dell’assistenza.

C’è infine un problema di equità. Il nostro sistema di welfare pubblico, costruito secondo logiche di “uguali prestazioni per tutti”, nella realtà è tutt’altro che equo. In media ogni famiglia italiana spende in welfare 5.611 euro, ma l’incidenza percentuale di questa spesa sul reddito è massima (22%) nel segmento dei meno abbienti (quello con un reddito familiare medio di 14.068 euro e un reddito equivalente di 8.716 euro), e molto più bassa negli altri segmenti (il 16 %)*. Questa differenza racconta la fatica delle famiglie più fragili. E ci aiuta a spiegare il fenomeno delle rinunce alle prestazioni, che per fare solo l’esempio della salute riguarda il 40,8% delle famiglie, con punte del 61,5% nel segmento della debolezza economica. In conclusione, l’obiettivo di garantire un accesso alle prestazioni essenziali commisurato alle capacità economiche resta inattuato. Il nostro sistema pubblico si dimostra quindi obsoleto e inefficiente nel favorire proprio i ceti che più dovrebbe tutelare e richiede nuove politiche industriali di integrazione tra pubblico e privato finalizzate alla generazione di valore sociale per l’intera comunità.

3. Assicurare sostenibilità all’ecosistema pubblico-privato di welfare

Parlando di industria del welfare non si intende dire solamente che la domanda di benessere sociale può alimentare un business di grande valore economico per le imprese. Se ben regolato e indirizzato dalle politiche pubbliche, questo business può contribuire più di ogni altro alla generazione di valore sociale per l’intera comunità. La spesa del welfare familiare ha infatti una valenza strategica che travalica la dimensione economica. È centrale per la soddisfazione di bisogni emergenti e può dare un contributo determinante a ristabilire la coesione sociale. Più che un costo per il sistema Paese, insomma, il welfare va considerato una grande opportunità per imprese e organizzazioni. Questo cambio di paradigma è un passaggio vitale per il contenimento della spesa statale e in generale per il welfare pubblico, sempre più in affanno nel tentativo di correggere le diseguaglianze tra le fasce di popolazione e le aree del Paese. Proprio per rispettare il carattere universalistico e perequativo del sistema di protezione sociale è essenziale a nostro avviso mantenere la centralità del welfare pubblico e un livello elevato di spesa sociale, e al contempo dare un ruolo attivo a una serie di attori per natura chiamati a collaborare con l’attore pubblico.

Emerge al riguardo un dato critico: nell’industria del welfare, è oggi difficile individuare una filiera dove siano chiari ruoli e responsabilità tra i vari operatori. Quel che si rileva, infatti, è che sul fronte pubblico non esiste una policy unica per il welfare, ma una somma di politiche settoriali in gran parte non coordinate tra loro: la sanità lontana dall’assistenza, le politiche sul lavoro poco collegate alle politiche per l’istruzione, gli strumenti a supporto del lavoro che non si integrano con i modelli di previdenza e di conciliazione. Analogamente anche nel settore privato si è in presenza di soggetti specialistici che operano in modo verticale nella propria filiera. Men che meno è possibile oggi parlare di policy integrate pubblico-privato in grado di regolare la collaborazione di risorse e di azioni tra stato e mercato.

È proprio considerando il welfare come un nuovo ecosistema industriale che si può superare questa impasse. In questo ecosistema pubblico-privato Stato ed Enti locali devono ridisegnare i propri ruoli, passando da operatori e gestori di prestazioni ad architetti di un nuovo modello, e ciò proprio al fine di mantenere la centralità del welfare pubblico. Occorre garantire e focalizzare la spesa pubblica su alcune prestazioni essenziali, ma uscire dall’erogazione diretta per altre non fondamentali, definendo regole di accesso e di gestione per gli operatori privati e quelli del privato sociale.

Entro questa cornice, il mondo dei produttori di servizi di welfare è chiamato a sua volta a una profonda trasformazione. Operatori che sino a ieri fornivano servizi indifferenziati e per lo più regolati da convenzioni saranno chiamati a differenziare la propria offerta per segmenti di mercato e canali di accesso alla domanda. Cliniche mediche, poliambulatori, centri di assistenza, reti di supporto alle famiglie, centri di educazione dovranno acquisire la capacità di ridisegnare il proprio sistema di business, sviluppare competenze di marketing dell’offerta, e scegliere un posizionamento distintivo sul mercato sia dal punto di vista dell’impatto sociale e del profilo prestazionale. Sarà per loro più agevole se sapranno fare rete con soggetti del Terzo Settore, come Cooperative e Imprese sociali, già essenziali per i servizi di prossimità. E se avranno come leva il potenziale costituito dal “capitale paziente” – fondi pensione, fondi strutturali europei, gruppi assicurativi, fondi di impact investing, – per avviare investimenti correlati a ritorni economici e sociali misurabili.

Tutto questo è un’operazione di sistema che richiede alla politica una visione che guardi a un orizzonte di almeno dieci-venti anni. È evidente come sul welfare, in particolare, sia indispensabile progettare trasformazioni che potranno avere impatto sulle future generazioni.

4. Il ruolo di consum-attore della famiglia: come misurare il lavoro domestico

Il Rapporto 2019 sul bilancio di welfare delle famiglie italiane di MBS Consulting misura come si è detto la domanda privata di servizi di welfare (salute, assistenza ad anziani e familiare, istruzione, cultura e tempo libero, supporti al lavoro, previdenza e protezione). Una spesa che, lo ripetiamo, ammontava nel 2018 a 143,4 miliardi ed è out of pocket, e in larghissima parte non intermediata dal mondo assicurativo. I trasferimenti monetari in welfare del sistema pubblico e di quello aziendale valgono insieme 271 miliardi, il che significa che ogni due euro di welfare ricevuti da Stato e imprese, le famiglie ne spendono ogni anno quasi uno di tasca propria.

Ma il ruolo delle famiglie non si riduce al rango di consumatori. Nell’ecosistema del welfare popolato da attori pubblici (Stato ed enti locali) e privati (erogatori di servizi medici e socioassistenziali, Terzo Settore, banche e assicurazioni, piattaforme di welfare, per dirne solo alcuni) esse giocano un ruolo attivo, per così dire da consum-attori.

Figura 2. Stima del valore economico

Secondo il Rapporto MBS Consulting, i nuclei con anziani non autosufficienti e persone con disabilità sono 6,4 milioni. Nel 16% dei casi almeno un familiare decide di rinunciare al lavoro in tutto o in parte per sostenere il carico dell’assistenza. è un servizio di cura che esiste e si può quantificare. Calcolando il tempo di accudimento come quota variabile del tempo di lavoro a cui si è rinunciato (al 50% per posti a tempo pieno e al 25% per chi ha scelto il part-time), e valorizzandolo sul reddito medio di una badante (17.940 euro lordi annui) si ottiene una cifra di oltre 7 miliardi all’anno. Se alle famiglie con anziani e disabili si aggiungono quelle con bambini sotto i 14 anni si giunge a un totale di 10,4 milioni di famiglie il cui lavoro di cura si può stimare in 12 miliardi all’anno. Numeri che non appaiono in alcuna statistica ufficiale, perché non “premiati” da uno scambio monetario.

L’Italia del “sorpasso demografico” (gli over 60 nel 2018 hanno superato gli under 35) è un paese che si misurerà con una crescita esponenziale del tasso di dipendenza degli anziani (il rapporto tra over 65 e popolazione attiva passerà dal 58,3% del 2016 all’85,8% del 2070) e una contrazione della spesa pubblica sulle voci fondamentali di welfare. Il Def portato il 9 aprile scorso in Consiglio dei ministri ipotizza da qui al 2050 una spesa pensionistica il cui incremento (dal 15,7% del Pil al 16,9%) è più consistente rispetto a quello della spesa sanitaria dal (6,7% al 7,8%) e dell’assistenza LTC (dall’1% all’1,5%).

Data questa cornice, in che modo è pensabile rafforzare il ruolo di consum-attori delle famiglie nell’ecosistema di welfare? Una risposta arriva proprio dal Def. “L’intendimento del Governo – si legge nel documento – è quello di razionalizzare i diversi istituti vigenti in favore delle famiglie, al fine di pervenire ad un sistema più semplice e coordinato delle diverse misure di sostegno di natura assistenziale e fiscale, che tenga conto della situazione effettiva di ciascun nucleo familiare e garantisca, secondo una logica coerente, interventi complementari e integrati nei diversi ambiti della fiscalita, dei sussidi monetari, dell’assistenza all’infanzia, dei servizi alla persona, della conciliazione e delle pari opportunità, valorizzando al contempo le forme di collaborazione e partnership tra la sfera pubblica e il mondo dell’associazionismo no profit”.

Si tratta insomma “di ridisegnare il sistema di sostegno alle famiglie bilanciando in modo adeguato gli interventi diretti, la rete di assistenza e gli investimenti nel welfare familiare”. In altre parole, essere equi più che egualitari. Selettivi nel gestire sgravi e sostegni in relazione alle effettive condizioni dei nuclei (secondo la logica “integrativa” del fattore famiglia), ma anche nello scegliere quali prestazioni pubbliche assicurare e rendere realmente gratuite per i nuclei realmente bisognosi. Si tratta soprattutto di concepire politiche familiari davvero integrate tra intervento pubblico, sistemi privati e Terzo Settore che guardino alla famiglia non più solo come destinataria di risorse ma la valorizzino come elemento centrale di tenuta del sistema di protezione sociale.

* Nota metodologica: obiettivi e metodo di ricerca del Rapporto 2019 sul bilancio di welfare delle famiglie italiane di MBS Consulting

La ricerca da cui sono tratti i dati citati nell’articolo è stata condotta da MBS Consulting una delle principali società italiane indipendenti di consulenza aziendale che da oltre trent’anni opera nei settori assicurativo, bancario e industriale.

Oggetto dell’indagine

L’indagine ha avuto lo scopo di ricostruire puntualmente la condizione economica, sociale e familiare delle famiglie, rilevarne i bisogni e l’utilizzo dei servizi di welfare pubblico e privato, ed esaminare in dettaglio:

– il contributo alle entrate familiari dei sistemi di welfare pubblico e dei servizi privati;

– la composizione della spesa familiare per aree di welfare e per specifici bisogni e servizi.

Criteri della rilevazione

La ricerca e l’elaborazione dei dati si sono svolte da luglio 2018 a gennaio 2019. La rilevazione ha utilizzato un metodo misto: interviste telefoniche e online su un campione rappresentativo di 2.449 famiglie.

Le famiglie intervistate sono state scelte con un piano di campionamento per quote in funzione di: fascia di reddito familiare, professione dell’intervistato, composizione del nucleo familiare, area geografica, dimensione del centro.

Successivamente i risultati dell’indagine sono stati espansi per rappresentare l’universo di 25.552.861 famiglie italiane secondo i criteri dell’area geografica, delle fonti primarie di reddito e della struttura familiare.

Criteri e segmentazione

Il reddito medio netto delle famiglie rilevato dalla nostra indagine è di 30.134 euro.

Il reddito netto non è sufficientemente fedele nel rappresentare il livello di ricchezza effettiva delle famiglie. Occorre infatti tener conto della differente numerosità dei nuclei familiari. Abbiamo quindi utilizzato il criterio ISTAT del reddito equivalente, calcolato come rapporto tra il reddito familiare netto e la somma dei componenti il nucleo familiare, ognuno moltiplicato per un diverso coefficiente. La classificazione della condizione economica familiare nei 5 segmenti della debolezza, autosufficienza, fascia media, benessere e agiatezza, è stata fatta dunque incrociando le classi di reddito equivalente e il patrimonio immobiliare.

Abbiamo così classificato le famiglie in cinque segmenti di condizione economica:

Debolezza – 7,5 milioni di famiglie, 29,5% del totale, sono in condizione di debolezza economica, hanno un reddito familiare medio di 14.068 euro ed un reddito equivalente di 8.716 euro. Questo segmento include le condizioni della povertà e del rischio di povertà e, come vedremo, è privo di capacità di risparmio.

Autosufficienza – Le famiglie di ricchezza medio-bassa (la condizione di autosufficienza) sono 4,8 milioni, 19% del totale. Hanno un reddito familiare di 25.735 euro ed un reddito equivalente di 15.275 euro.

Livello medio – Il terzo segmento, di condizione economica media, è molto numeroso: 6,9 milioni di famiglie, 27,1% del totale. Esse hanno un reddito di 31.309 euro (valore molto vicino alla media generale) e un reddito equivalente di 19.753 euro.

Benessere – Il segmento del benessere è costituito dal 16,3% delle famiglie: 4,2 milioni. Il loro reddito è decisamente superiore a quello dei precedenti livelli: 42.234 euro, e il reddito equivalente è di 27.054 euro.

Agiatezza – Infine il segmento meno numeroso e di maggiore ricchezza, quello dell’agiatezza: 8,2% delle famiglie (2,1 milioni), con reddito medio netto di 70.041 euro e reddito equivalente di 42.342 euro.

Autore

  • 36 anni, è senior manager di MBS consulting, la prima società di business consulting a capitale italiano. Laureato in ingegneria ha oltre 10 anni di esperienza nella consulenza direzionale. Ha lavorato alla realizzazione di sistemi di welfare territoriale e al lancio di startup per l’erogazione di servizi innovativi di welfare come nuove area di social business per banche, assicurazioni, associazioni di categoria e fondazioni. È tra i curatori del Rapporto sui fabbisogni di welfare delle famiglie di MBS Consulting, il report di riferimento per l’analisi della domanda di servizi alla persona nel nostro Paese.