Il tempo della mamma e il tempo della professionista: una scelta di servizio alla famiglia e di educazione dei responsabili

Intervista a Marta Nappo.

Sappiamo che ha vinto lo scorso anno il Premio Giovane Manager 2018 di Federmanager. Ma sappiamo anche che è una mamma. C’è qualcosa a cui ha dovuto rinunciare o fare con più fatica per raggiungere, da donna, questi risultati?

Il Premio è stato un bel riconoscimento. Anche perché in azienda si tende un po’ a “sottovalutare”, a dare per scontato quello che si riesce a fare da mamma (ndr. nel mio caso di due bambine). Devo dire che avere un riconoscimento esterno dai tuoi colleghi (ndr. le valutazioni sono fatte da tuoi pari più un’azienda di head hunting), ti dà quella carica che ti fa dire che forse non hai fatto tanto male il tuo lavoro e sei riuscita a gestire un po’ tutto, anche dando le giuste attenzioni alla vita personale.

Sicuramente ho dovuto a rinunciare a qualcosa. Su tutto ad una famiglia numerosa. Quando mio marito e io ci siamo sposati parlavamo di avere almeno tre figli, oggi ne abbiamo due, e la seconda è arrivata con tanta fatica. Questo perché abbiamo iniziato tardi, prima volevo raggiungere una certa posizione, fare un’esperienza internazionale, anche per dare ai nostri figli delle possibilità in più. E devo dire che la mia esperienza internazionale l’ho fatta anche tardi, forse per questo è stata ancor più difficile da gestire. Ora mio marito dice che siamo troppo “anziani” per fare i genitori…

Spesso le donne seguono stereotipi professionali tipicamente maschili. Può essere una parte del problema, secondo Lei, nel conciliare lavoro e famiglia? Oppure ci sono altri aspetti?

Lo è una parte del problema, perché siamo abituati a ragionare sulla quantità e non sulla qualità del lavoro e su una gestione ancora non flessibile dello stesso. Però c’è anche da dire che i capi vanno un po’ educati. Con gli strumenti e le tecnologie di oggi, che ci permettono di essere raggiungibili ovunque e a qualsiasi orario e di avere anche possibilità, come lo smartworking, che agevolino la conciliazione, alcuni responsabili danno ancora troppo peso alla presenza fisica, e questo è un handicap per chi vuole avere una famiglia e gestirla. Certo, poi si può anche fare la scelta di rimanere in ufficio fino alle otto di sera, di non stare mai con i propri figli e di lasciarli in gestione ad altri, però se si fanno dei figli bisogna come minimo avere un rapporto con loro per educarli davvero. E questa educazione riguarda anche i propri manager… Nella mia piccola esperienza posso dire che noi donne dobbiamo osare di più in questo senso. Quando sono rientrata in ufficio dopo la seconda figlia, ho detto chiaramente al mio responsabile che non avevo preso la maternità facoltativa, ma che l’avrei presa tutti i venerdì pomeriggio almeno per due anni. Questo mi consentiva almeno un pomeriggio a settimana di essere a disposizione delle mie figlie. Poi il venerdì era il giorno che disturbava meno tutti, quindi mi sembrava un buon compromesso. E devo dire che in ufficio si sono abituati: hanno iniziato a mettere le riunioni al venerdì mattina e quelle importanti in altri giorni, ma non al venerdì pomeriggio. Quando dico che “dobbiamo educare i capi” sto pensando a questo: ad osare un po’ di più come donne.

Si è mai trovata in contesti professionali nei quali essere donna non è sempre così scontato e/o apprezzato? Qual è stata la Sua esperienza in merito?

Io lavoro in un’azienda che fa capital goods (trattori agricoli, macchine da costruzione, camion…), quindi prettamente maschile. All’inizio ti guardano con diffidenza. Ci vuole tempo per farsi apprezzare. Io sono stata la prima donna ad aver fatto anche un lavoro “di campo” nel settore dei veicoli industriali, cioè ad andare direttamente dal concessionario, ma ho voluto farlo perché se vuoi crescere nell’ambito commerciale devi sapere chi è il tuo cliente e cosa si aspetta da te. L’ho fatto per tre anni e c’è voluto del tempo perché mi apprezzassero davvero. All’inizio, però, devo dire che è stata un po’ una scommessa anche del mio responsabile.

Tre skill che, dopo la maternità, è riuscita a sviluppare di più nel Suo lavoro.

La resilienza, il problem solving e poi una cosa, che ho imparato soprattutto con la seconda figlia: il fatto che quelle cose che non sono veramente urgenti e importanti, se tu le lasci decantare potrebbero anche risolversi da sole. Come quando la bambina piange: con la prima figlia sei sempre lì che ti affanni e accorri prontamente, poi capisci che se non è un problema serio si risolverà da solo. E questa è una skill importante sul lavoro, soprattutto in momenti in cui c’è molta frenesia.

Secondo Lei, dal punto di vista della maschile, ci sono anche delle skill che si attivano negli uomini che diventano padri?

Sì, perché anche l’uomo cambia con la paternità. Secondo me, ad esempio, impara a non guardare solo il suo orticello, ma a proiettarsi sulle cose con un più ampio spettro. Su questo in verità non mi sono mai confrontata con mio marito, però penso che anche lui abbia sperimentato come, nell’occuparti di qualcuno che è altro da te, devi cercare di essere più capace di cogliere i segnali “deboli”, cosa che in genere è tipicamente femminile. Anche perché i bambini quando sono piccoli non ti dicono di cosa hanno bisogno, devi capirlo da solo…

Qual è stato il limite più grande che da donna/mamma ha dovuto affrontare sul lavoro o che ha visto nelle Sue collaboratrici?

La disponibilità di tempo è la cosa che più inficia e limita nella carriera. Non solo per i task da portare avanti nella giornata, perché questo è un problema facilmente risolvibile con un po’ di organizzazione. Il tempo che manca è quello per fare networking. Gli uomini in questo sono bravissimi. Io, un po’ anche per carattere, ho sempre sottovalutato questo aspetto e l’ho messo ancora di più da parte in quel momento della mia vita in cui per me era prezioso uscire qualche minuto prima da lavoro. Però devo dire che questo ci penalizza, perché non ci dà la possibilità di sapere le cose in anticipo, di farci vedere, di essere a conoscenza, con un certo preavviso, di posizioni aperte per cui candidarsi…

Quali sono le differenze che vede in ottica al rapporto maternità-lavoro tra l’Italia e l’estero? Quali le politiche o i benefits che possono maggiormente aiutare?

Devo dire che, con mia somma sorpresa, l’estero non è poi così diverso da noi, soprattutto sulla considerazione della donna in ambito professionale. In Francia ci sono molte donne in posizioni apicali; in Inghilterra, invece, non ho riscontrato una diversità così sostanziale con la cultura latina. Secondo me il nostro legislatore sta facendo dei passi in avanti, anche se piccoli e lenti. Mi viene in mente, ad esempio, l’estensione del periodo parzialmente retribuito della maternità facoltativa nei primi anni di vita del bambino oppure l’incentivazione dello smart working, uno strumento interessante nell’ottica della conciliazione vita privata e vita lavorativa. Devo dire che su questo la popolazione impiegatizia è più agevolata, perché sulla popolazione dirigenziale – almeno questa è la mia esperienza – questi strumenti non si applicano ancora con la scusa che noi dobbiamo essere presenti fisicamente, anche se in realtà questo non è vero.

La sua soddisfazione più grande da mamma e la sua soddisfazione più grande da professionista.

Da mamma posso dire che le mie figlie adorano le “chiacchiere della notte” e tutti i giorni me lo ricordano: una cosa da cui non possono prescindere è quando ci raccontiamo la giornata prima di andare a letto.

Da professionista c’è stato un bel momento l’anno scorso, quando, nell’ambito dell’evento organizzato per celebrare il decennale di Minerva, il comitato che all’interno di Federmanager riunisce tutte le donne manager per sviluppare attivamente politiche volte allo sviluppo della loro carriera e alla maggior inclusione nel mondo lavorativo, mi hanno chiesto di fare un intervento sulle politiche al femminile in azienda e soprattutto sulle problematiche che ho riscontrato nella mia esperienza e su come le ho affrontate. L’ho raccontato davanti a 400 colleghe (che si sono ritrovate nelle mie parole, come ho scoperto dopo) ma anche colleghi e uomini della politica e delle istituzioni che erano stati invitati. Ho ricevuto tantissimi messaggi di apprezzamento, anche successivi al meeting e devo dire che è stata una bella soddisfazione.

Ci sono degli aneddoti, da professionista e da mamma, che Le va di raccontare?

Dal punto di vista professionale, me ne vengono in mente due. Uno, risalente a quando ho iniziato a lavorare sul campo; al termine di un meeting dove avevo presentato ad un gruppo di concessionari del Sud Italia, uno di loro si avvicina e mi dice: “Beh, sa che dice anche delle cose intelligenti?”. Era l’“anche” che mi ha lasciato perplessa…

Il secondo, quando sono diventata dirigente. All’epoca c’erano una serie di assessment a cui sottoporsi per passare la selezione e uno di questi era un colloquio sulle strategie aziendali con l’amministratore delegato di allora, il quale guardando la platea (ndr. era un tavolo rotondo con una ventina di persone) mi disse: “Nappo, lo sa che lei è l’unica donna a questo tavolo?”. “Beh, non mi sembra che sia molto strano in azienda, no?”, fu la mia risposta. Credo che la dirigenza io l’abbia “guadagnata” proprio con quelle parole.

Nella vita personale invece me ne viene in mente uno molto recente. La mia prima figlia ha iniziato da poco le scuole elementari e solitamente rimane a pranzo a scuola. Una mattina sono andata a prenderla, proprio in pausa pranzo, per accompagnarla a fare una panoramica ai denti. È stata bravissima e alla fine della panoramica, mangiando un hamburger in auto, mi ha detto: “Che bello mangiare in auto, mamma, è una cosa che non facciamo mai”. Forse la cosa veramente bella per lei era che la mamma che si era presa quell’ora di pausa dal lavoro interamente dedicata a lei…

C’è qualcosa che vuole aggiungere a conclusione di questa intervista?

Sì. Volevo dire che è vero che stiamo facendo dei passi in avanti sul fronte conciliazione lavoro famiglia, ma sono ancora troppo pochi. Tante donne rinunciano ad andare avanti nella propria carriera e non perché non ne abbiano la capacità, ma per non fare a meno di altre cose, soprattutto se non hanno il supporto della famiglia e visto il mercato del lavoro, facendo i figli sempre più tardi, molto spesso anche se hai la famiglia di origine vicina, non è detto che siano ancora nelle condizioni di salute consone per darti una mano. E il fatto che il lavoro oggi spesso non sia vicino casa, non agevola perché, se come famiglia non hai grandi possibilità economiche, non riesci a gestire tutto. Ecco perchè la donna deve scegliere ancora tra famiglia e lavoro. E se sceglie la famiglia, esce dal mercato del lavoro in un momento in cui potrebbe essere molto produttiva e poi fa fatica a rientrare. Io sono fortunata perché ho un marito che mi ha sempre sostenuta nella mia crescita professionale, condiviso gli sforzi per gestire la casa e le bambine e avendo due lavori che ci consentono di avere tutti i pomeriggi una tata con noi che ci aiuta. Forse se ci fossero delle agevolazioni fiscali a sostegno della famiglia sarebbe diverso: io, ad esempio, ho due capi, uno belga e uno francese, che hanno entrambi tre figli perché a partire dal terzo figlio nel loro paese si ha la possibilità di accedere ad agevolazioni fiscali che aiutano molto la costruzione di una famiglia. Eppure la Francia 15 anni fa aveva lo stesso problema di natalità che abbiamo noi in Italia. Qualche volta dovremmo fare benchmarking dai vicini…

Autore

  • Originaria di Genova, dirigente dal 2012 con esperienza internazionale, sposata e mamma di due bimbe. Dopo una breve parentesi di ricerca all’Università di Economia di Genova dove si è laureata con 110 e lode nel 2001, entra nel 2002 nel gruppo Fiat e precisamente nel brand IVECO, marchio del gruppo specializzato nella vendita di trucks e veicoli commerciali, per il quale ricopre nel corso della carriera diversi ruoli in ambito Sales and Marketing e Supply Chain, a livello corporate e in due mercati, quello italiano e quello inglese dove per due anni ricopre il ruolo di Direttore Marketing UK & Ireland. Al rientro da Londra, nel 2015 ha preso prima la responsabilità della direzione Marketing Worldwide dell’Usato Iveco rinnovandone il Brand e i processi commerciali e, successivamente, la responsabilità della Direzione Marketing in Europa, Africa e Medio Oriente per i Financial Services di tutto il gruppo CNH Industrial, azienda leader con i suoi 12 Brand della produzione e commercializzazione delle Macchine Agricole, di quelle Movimento Terra e Costruzione, nei Veicoli Commerciali e Industriali e nella motoristica. Da sempre attenta alle tematiche di uguaglianza e inclusione di genere, subito dopo essersi associata a Federmanager nel gennaio 2013, ha aderito anche al suo comitato interno Minerva, dedicato alle donne manager, con il quale ha partecipato a diversi progetti di respiro nazionale. Per Federmanager è anche membro del Gruppo Giovani, nell’ambito del quale da settembre 2019 è stata eletta membro del Coordinamento Giovani Nazionale. Accanita cinefila. è socia AIACE per la diffusione del cinema d’essai dal 2002.