Maternità e lavoro: la ricerca di un equilibrio fra due mondi apparentemente inconciliabili

1. La rivoluzione silenziosa e incompiuta delle donne italiane

Oggi le donne italiane vivono in uno dei venti paesi più ricchi e sviluppati del mondo. La loro salute e la durata della loro vita sono mediamente più elevate di quelle degli uomini, ma soprattutto oggi le donne italiane hanno lo stesso capitale umano e lo stesso livello di istruzione degli uomini (Istat, 2019a). Nonostante ciò, la “rivoluzione silenziosa” (Goldin, 2006) – che in molti paesi sviluppati ha trasformato la vita delle donne attraverso cambiamenti di portata rivoluzionaria nel mondo dell’istruzione, nel mondo del lavoro e nelle relazioni familiari – è tutt’altro che compiuta in Italia. Nello specifico, la rivoluzione che riguarda il mercato del lavoro rimane largamente incompiuta, con una partecipazione femminile al mercato del lavoro bassa e segregata, mentre la rivoluzione riguardante le relazioni interne alla famiglia, è definita rivoluzione “tradita” poiché si è ancora molto lontani da una piena condivisione dei compiti e tempi fra uomini e donne entro le mura domestiche (Del Boca et. al., 2016). Questi elementi si accentuano e manifestano le loro criticità nel momento in cui le donne assumono diversi ruoli sociali (il fenomeno della cosiddetta accumulazione di ruoli) e divengono madri e lavoratrci, faticando a trasformare le loro risorse in reali “capacità” spendibili nella sfera politica, economica, culturale e familiare (Sieber, 1974; Paush et al., 2016; Nussbaum, 2003).

Facendo riferimento alle più recenti riflessioni di Esping-Andersen (2011) si può parlare di una “rivoluzione incompiuta” che sta provocando significativi squilibri e problemi di segregazione di funzioni e di posizioni: il gap fra numero di figli reali e numero di figli desiderati; i pochi investimenti sulla qualità di vita dei più piccoli e delle donne; l’invecchiamento della popolazione. La preoccupazione mostrata da Esping-Andersen (2016) è che la rivoluzione femminile possa essere il presagio di nuove diseguaglianze e polarizzazioni sociali e che la ricerca di un equilibrio fra responsabilità familiari e lavorative sia da considerarsi un “nuovo rischio sociale” (Unione Europea 2019).

2. Maternità e lavoro in Italia tra molti vincoli e poche opportunità

Di seguito vengono presentati e analizzati i dati che ci danno la dimensione, i tratti e i confini del fenomeno sopra descritto.

Parlando di maternità non possiamo che dare avvio alla presentazione della situazione italiana citando i dati relativi al tasso di fecondità, attestatosi all’1,32 nel 2018 e all’1,29 nel 2019, valore in forte diminuzione se osservato a partire dal 2010 quando il suo valore era pari all’1,46 (Istat 2019). L’Italia nel contesto dell’Europa a 28 si colloca tra i paesi a bassa fecondità accanto a paesi quali il Portogallo, la Spagna, la Grecia; mentre i paesi con tasso di fecondità più elevato sono la Francia (1,96) e l’Irlanda (1,92) (Istat 2017).

Tra le ragioni che spiegano questo dato occorre prendere in considerazione il fenomeno della posticipazione delle nascite, fenomeno che è in atto nel nostro Paese dalla metà degli anni ’70 e che sta assumendo connotazioni sempre più marcate. Infatti, l’età media delle donne alla nascita del primo figlio è aumentata di due anni nell’ultimo decennio arrivando a 32,4 anni.

Il dato interessante è che non si è registrato un parallelo calo rispetto al numero di figli atteso che rimane pari a due (Istat 2017). Si parla dunque non di disaffezione rispetto alla maternità ma di una rarefazione delle nascite dei figli di secondo grado. Le motivazioni addotte dalle madri rispetto al non progettare la seconda gravidanza sono: le ragioni economiche e l’età.

Le ragioni economiche sono spesso correlate alla posizione lavorativa delle donne madri. Le ultime rilevazioni Istat mostrano che il tasso di occupazione delle donne madri di età compresa fra i 25 e i 54 anni sia pari al 57%, a fronte di quello delle donne senza figli che risulta essere pari al 72,1%. I tassi di occupazione più bassi si registrano per le madri di bambini in età prescolare, inoltre il fenomeno assume valori molto elevati se consideriamo la variabile titolo di studio della madre e la variabile territorio (Istat 2019c). I dati ci dicono, infatti, che è occupato l’80% delle madri in possesso di una laurea, contro il 34% di quelle con titolo di studio pari o inferiore alla scuola media; mentre a livello territoriale il divario nel tasso di occupazione è più contenuto al Centro e al Nord (11,2 punti percentuali e 10,4 punti percentuali) mentre nel Mezzogiorno raggiunge i 16 punti percentuali (Istat 2019c).

Fra i sociologi si è sviluppato un dibattito che cerca di spiegare le ragioni di questo comportamento: c’è chi predilige letture che enfatizzano motivazioni di tipo culturale, riconducibili a modelli sociali e culturali di tipo familista; altri invece che pongono l’attenzione su questioni strutturali che vanno dalla scarsa flessibilità del mercato del lavoro alla scarsità di adeguati servizi di welfare (Hakim, 2000; Hochschild, 2006; Crespi, 2008; Pfau-Effinger, 2012; Macchioni e Malaterre, 2017). Sicuramente il quadro è complesso e racchiude al suo interno aspetti culturali e strutturali che possono spiegare questi dati che poco hanno a che fare con la sostenibilità del contesto Paese.

In Italia la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro risulta difficile per il 35,1% degli occupati con responsabilità di cura nei confronti dei figli. La proporzione è simile fra i padri e le madri (Istat, 2019c). Gli elementi che rendono particolarmente ardua questa sfida sono: il numero di figli; la presenza di figli in età pre-scolare; l’essere lavoratori indipendenti; lo svolgere professioni qualificate; il lavorare nel settore dei servizi o del commercio e l’avere un orario di lavoro a tempo pieno.

Se i padri e le madri riportano in ugual misura difficoltà di conciliazione, sono in realtà le madri che più frequentemente (38,3% vs. 11,9%) modificano aspetti della propria vita lavorativa per riuscire a combinare responsabilità legate alla cura dei figli e ai compiti lavorativi, fino a rinunciare totalmente, o per lunghi periodi, a partecipare al mercato del lavoro. L’Italia, rispetto all’Europa a 28, è il Paese che ha le percentuali più elevate di donne che non hanno mai lavorato o che hanno interrotto per alcuni periodi la propria carriera lavorativa per via della cura dei figli.

Le difficoltà di conciliazione famiglia lavoro delle madri lavoratrici sono ulteriormente confermate dai dati dell’Ispettorato Nazionale del lavoro (2017) che, rispetto all’anno 2017, ha dichiarato che il 77% delle dimissioni e risoluzioni consensuali del rapporto di lavoro hanno riguardato donne madri lavoratrici che non ritengono compatibile l’occupazione lavorativa con la cura dei figli.

Tra le madri che hanno modificato aspetti del proprio lavoro più di 6 su 10 hanno ridotto l’orario di lavoro. Il part-time è infatti una delle misure di conciliazione più utilizzata dalle madri con figli in età scolare perché è la misura che per eccellenza permette di armonizzare i tempi. Il part-time però rischia di essere solo apparentemente la risposta ai bisogni delle madri lavoratrici. Questa misura infatti, in molti casi limita la crescita professionale della donna, così come la sua capacità reddituale, rischiando di far scivolare alcune donne, soprattutto quelle in posizioni lavorative meno qualificate, nella condizione di working poor. In tal modo si alimenta la già elevata quota di povertà infantile, senza tralasciare le conseguenze che la limitata e intermittente partecipazione al mercato del lavoro ha sul piano pensionistico.

Queste dinamiche le possiamo denominare trappole della conciliazione perché evidenziano che le misure, se non sono il risultato di una governance territoriale multistakeholder, rischiano di produrre effetti perversi sulla qualità di vita dei lavoratori.

L’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro nel 2017 ha rilevato che il problema principale delle donne madri lavoratrici nel conciliare i propri ruoli è dato dall’inadeguatezza dei servizi per l’infanzia sia dal punto di vista economico che organizzativo. La risorsa più importante nel fornire aiuti alle famiglie con figli rimane la rete di aiuti informali (38% dei nuclei familiari con figli di 0-14 anni) e in particolare la presenza dei nonni in nove casi su dieci.

Quale sostenibilità può avere questo modello familista di cura nel lungo periodo se pensiamo alle nostre pratiche quotidiane ma anche al sistema di welfare?

Non possiamo tralasciare il fatto che sta cambiando radicalmente la famiglia vista come intreccio di relazioni fra i generi e le generazioni e quindi anche la rete informale di cura che, partendo dalla iconica beanpole family del XXI, si sta caratterizzando per un processo di verticalizzazione dei legami intergenerazionali che superano le connessioni orizzontali intra-generazionali e che portano i bambini di oggi ad avere più nonni che fratelli (Knipscheer, 1992; Rossi et al., 2014). Ciò implica che l’esperienza delle donne che si troveranno nella cosiddetta generazione sandwich (Miller, 1981) sarà ancora più complessa perché si troveranno con molta probabilità sole nell’affrontare i carichi di cura verso i figli e verso più familiari e parenti in condizione di fragilità o non autosufficienza.

Questi dati vanno letti ed analizzati accanto ai dati relativi alla divisione del lavoro familiare.

Le ultime rilevazioni fatte da Istat all’interno dell’indagine I tempi della vita quotidiana (Istat, 2016) ci mostrano come nell’ultimo quinquennio (2009-2014) sia diminuita – soprattutto per le coppie con figli – l’asimmetria di genere nel lavoro familiare di 5 punti percentuali. Ciò che risulta maggiormente condiviso è il lavoro di cura dei figli anche se permane una sorta di specializzazione legata al genere per cui le madri sono più impegnate nelle cure fisiche e nella sorveglianza (57 minuti medi giornalieri della madre, rispetto ai 20 minuti dei padri). I padri invece sono maggiormente impegnati nel giocare con i figli (26 minuti medi giornalieri dedicati dai padri, rispetto ai 21 dedicati dalle madri). L’asimmetria maggiore rimane nel lavoro domestico che viene svolto per il 74% dalle donne (3h 01’ contro i 57’ degli uomini). Qualche segnale positivo emerge, grazie soprattutto ai nuovi modelli di genitorialità e di coppia incarnati dalle generazioni più giovani (in primis i Millennials). è fuori discussione che molta strada va ancora fatta per evitare le specializzazioni di genere del lavoro (familiare e retribuito) e quindi una maggiore difficoltà a conciliare i propri ruoli soprattutto per donne madri lavoratrici.

3. Verso una semantica della cura per ricomporre responsabilità familiari e lavorative

Dal punto di vista della ricerca sociologica il tema della conciliazione tra responsabilità di cura e responsabilità lavorative è stato affrontato attraverso differenti approcci. Il tema è entrato nel dibattito accademico a partire dagli anni ’70, l’approocio utilizzato è stato quello definito del “conflitto” per sottolineare la relazione negativa fra sfera privata e sfera lavorativa e quindi l’incompatibilità dei ruoli. sottolineando le influenze negative tra queste due sfere (Greenhaus e Beutell 1985). Solo recentemente, diversi studi si sono concentrati sui benefici derivanti dal ricoprire più ruoli in diverse sfere di vita. La letteratura ha definito con i termini positive spillover, enrichment o facilitation questo processo (Ropponen et al. 2016)

Tenere in considerazione sia il possibile conflitto che il possibile arricchimento derivanti dalla relazione tra lavoro e vita familiare può essere utile a comprendere la reale natura degli scambi tra quest due sfere. A questo proposito l’approccio del Work-Family Interface risulta utile perché permette di analizzare se e come i diversi ruoli e le relative competenze maturate dalla donna nel ricoprire i ruoli di figlia, partner, madre, lavoratrice, possano essere tradotti da una sfera di vita all’altra, permettendole di realizzare la sua progettualità familiare e genitoriale così come quella lavorativa (Kinnunen et al., 2006).

Gli strumenti analitici non mancano, i dati riportati nel paragrafo due mostrano però un quadro complesso, una matassa aggrovigliata attorno alla figura della donna madre lavoratrice per la quale la conciliazione sembra dover passare attraverso una dinamica escludente di tipo “o/o”, piuttosto che una dinamica includente e di equlibrio fra i diversi ruoli di tipo “e-e”.

Come è possibile ricomporre i ruoli? Attraverso una semantica della cura.

Con il termine cura si fa riferimento a un legame sentimentale, di solito reciproco, fra “chi si prende cura” e “chi la riceve”, un legame tale per cui chi presta assistenza si sente responsabile del benessere di qualcun altro e, al contempo, mette in campo le proprie forze emotive, mentali e fisiche per ottemperare a tale responsabilità (Mortari, 2015). Ci si prende cura di “quella” persona e non di un’altra. La cura è non soltanto un nodo irrisolto della vita pratica delle donne, ma una questione irrisolta nella più ampia teoria della cittadinanza.

La cura diviene un problema legato alla giustizia nel momento in cui le donne sono i soggetti che si trovano “obbligati” a fornire attività di cura in virtù di un’iniqua divisione dei compiti fra i generi tra le mura domestiche, così come nei luoghi di lavoro e nel più ampio contesto sociale.

Nussbaum (2012) pensa sia compito delle politiche pubbliche, delle leggi, e anche delle politiche culturali, allargare il raggio delle libertà di ciascuno per superare le ingiustizie legate ai ruoli di genere.

I livelli su cui occorre lavorare per attuare i diritti di cura intesi come capacità riguardano: 1) un’equa redistribuzione del lavoro di cura famigliare; 2) un ruolo attivo e alleviante dello stato rispetto ai compiti di cura; 3) un mondo del lavoro che coinvolga uomini e donne e che sia conciliante; 4) l’idea della cura come valore per rendere sostenibili le nostre società (Hochschild, 2006).

Possiamo chiederci, allora, quali caratteristiche devono presentare le politiche che garantiscono diritti di cura per attuare un welfare che sia capacitante per le madri lavoratrici, così come per i membri della loro famiglia?

Il welfare delle capacità è un welfare plurale, sussidiario e personalizzante. Con plurale intendiamo che esiste di fatto una varietà di attori di welfare, tutti da valorizzare, nelle loro specifiche funzioni. Con sussidiario si fa riferimento alla possibilità dei dispositivi di welfare di promuovere l’attore sociale nelle sue proprie capacità di agire autonomamente nelle sfere di sua competenza (Prandini, 2009). La personalizzazione rappresenta un modo peculiare di progettare, finanziare, erogare e valutare i servizi di welfare, “ritagliato e cucito” sulle necessità e sulle preferenze di ogni singola persona (Prandini, 2013).

Mediante questa nuova prassi organizzativa si intende responsabilizzare le persone, rendendole autonome nelle scelte che riguardano la loro vita e in grado di sfruttare al meglio le opportunità che si presentano loro (Macchioni e Maestri 2018).

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Autore

  • È ricercatrice in Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, presso l’Alma Mater Studiorum Università di Bologna. È docente presso la scuola di Scienze Politiche. Il suo lavoro di ricerca si concentra sullo studio del welfare aziendale e delle politiche familiari di conciliazione famiglia-lavoro e sugli impatti che questi interventi producono sulle relazioni familiari, sia rispetto all’equità di genere che a quella intergenerazionale. Visiting Fellow presso l’International Centre for work and Family dello IESE Business School di Barcellona. Fa parte della rete internazionale Community Work and Family. È membro della redazione della collana Open Sociology di Franco Angeli. È membro del comitato scientifico del Corso di Alta Formazione in Welfare Community Manager dell’Università di Bologna.

  • Phd Sociology and Social Research, attualmente è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Bologna. Si occupa di teoria della rappresentazione e Cultural sociology.