Agenda ONU 2030. Conciliare per la formazione allo sviluppo sostenibile

1. Agenda ONU 2030: una roadmap per lo sviluppo sostenibile

Le crisi che incombono sul nostro tempo, le nuove complessità a livello sociale, economico ed ambientale, i profondi mutamenti sul piano geopolitico e le crescenti conflittualità nella gestione della ricchezza e del potere provocano problemi e interrogativi pressanti sulle modalità di rapporto tra individuo e società, sistemi di produzione materiale e culturale, risorse locali e planetarie.

La complessità della realtà attuale, aggravata dalla crisi pandemica, aumenta l’incertezza ed esige segnali di attenzione alla centralità delle persone, richiede la trasformazione dei modi di agire e di affrontare il domani, attraverso il contributo plurimo e sinergico verso obiettivi comuni per tutti i Paesi e tutti gli individui (United Nation 2015).

Questione ambientale e questione sociale appaiono tra loro intrinsecamente connesse e le direttrici per la soluzione di tale crisi richiedono un approccio integrale che chiama in causa i percorsi educativi e la ricerca scientifica, l’economia e la politica (Malavasi e Giuliodori 2016). Va quindi superata una visione che tenda a parcellizzare la realtà. Non si può trattare il problema ecologico in modo isolato, separandolo dallo sviluppo dell’industria e dall’economia reale; né è possibile sanare il mondo dell’economia se non viene reindirizzato anche quello della finanza; infine, non è possibile tenere sotto controllo la finanza senza una politica che sappia porre una policy adeguata.

Il mondo può rispondere alla “sfida globale” che sta vivendo solo mediante l’assunzione di un nuovo modello di sviluppo definito “sostenibile”. Secondo il rapporto della Commissione Brundtland per sviluppo sostenibile si intende «far sì che esso soddisfi i bisogni dell’attuale generazione senza compromettere la capacità di quelle future di rispondere alle loro. […] Lo sviluppo sostenibile, lungi dall’essere una definitiva condizione di armonia, è piuttosto processo di cambiamento tale per cui lo sfruttamento delle risorse, la direzione degli investimenti, l’orientamento dello sviluppo tecnologico e i cambiamenti istituzionali siano resi coerenti con i bisogni futuri oltre che con gli attuali» (Brundtland 1987). Il documento sottolinea la centralità della “partecipazione di tutti”, un impegno attivo e concreto verso lo sviluppo sostenibile.

Nel contesto europeo, in termini di sostenibilità, stiamo assistendo ad una grande dinamicità, che ci chiama a promuovere e generare innovazione di processo e di sistema nella produzione di beni e servizi per mettere al centro la persona e l’ambiente.

In questa dinamicità l’Agenda ONU 2030 è la roadmap che dal 2015 abbiamo a disposizione per intraprendere un cambiamento condiviso su larga scala verso la sostenibilità. Con i suoi 17 obiettivi (SDGs), 169 target e 240 indicatori, essa è di fatto un’architettura complessa e di carattere sistemico che legittima in modo nuovo diverse linee di progetto per una società migliore, inclusiva e democratica. Nello specifico la tutela della maternità e la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, allo scopo di garantire adeguato sostegno alle cure parentali, sono temi strategici non solo per le politiche locali di pari opportunità, ma anche per il perseguimento di alcuni degli SDGs come per esempio: realizzare l’uguaglianza di genere (SDG 5), promuovere la crescita economica ed inclusiva (SDG 8) e ridurre le disuguaglianze (SDG 10).

Con l’Agenda abbiamo ormai una codifica internazionale su cosa vuol dire sostenibilità e i suoi 17 goals evidenziano come la sostenibilità economica, sociale, ambientale e istituzionale possano essere raggiunte, garantendo modelli di produzione e di consumo sostenibili. Come si legge nel rapporto Asvis 2020 «lo scenario determinatosi negli ultimi anni, e ancor più con la pandemia, conferma tale necessità e dimostra che perseguire lo sviluppo sostenibile è ormai inimmaginabile senza il coinvolgimento delle imprese e della formazione delle risorse umane. Le iniziative messe in campo negli anni hanno dimostrato che produrre in modo responsabile è possibile purché aziende e organizzazioni adottino un modello in cui la sostenibilità sia integrata nel modello di business, con l’adozione di una prospettiva di redditività di lungo periodo dove sostenibilità e innovazione possano dare risposte alle diverse problematiche economiche, sociali e ambientali» (ASVIS 2020, 121).

Questa rappresenta un’importante sfida conciliativa per le imprese, le quali devono sempre più prendere coscienza dell’influsso che, per il fatto stesso di esistere e operare, esercitano sul proprio ambiente di riferimento.

2. Conciliare profitto e bene comune: la sostenibilità quale fattore di sviluppo competitivo e risorsa collettiva

Sostenibilità e resilienza vanno di pari passo, sono due temi “molto caldi” soprattutto oggi che diverse imprese stanno pensando a come riorganizzare le proprie attività per rilanciarsi dopo la fine della pandemia e in cui tanti governi si stanno preparando a definire i propri piani di ripresa. Con resilienza si intende la capacità di un’impresa, di una persona, di una comunità, di un paese, del mondo stesso, di reagire a degli shock, come quello che stiamo vivendo della pandemia, rappresenta la capacità di queste strutture di reagire positivamente alla crisi. Una delle domande fondamentali da porsi oggi è: vogliamo rimbalzare indietro o balzare avanti? Cioè tornare ai livelli precedenti di reddito, di lavoro, di occupazione etc. oppure usare il “rimbalzo” per spostarci su un’altra posizione? (Giovannini 2020). Le indagini Istat mostrano come il mondo delle imprese italiane sia spaccato oggi in tre categorie, tra quelle che hanno difficoltà a sopravvivere, quelle che sopravviveranno e quelle invece che già a maggio 2020 erano pronte al rilancio: la quota del 30% delle imprese pronte al rilancio saliva al 40% per le aziende che prima della crisi avevano scelto la sostenibilità (Istat 2020).

Oggi assistiamo ad uno straordinario impegno dell’EU, per esempio con i Fondi NextGenerationEU, per aiutare l’Unione stessa ad uscire non solo da questa grave crisi, ma a fare un salto verso la sostenibilità. Si tratta di piani nazionali di ripresa e resilienza, che rispondono alla volontà dei fondi europei di cambiare il modo di funzionare delle nostre economie, delle società, delle comunità, nella direzione dell’Agenda 2030, e anche di costruire maggiore resilienza agli shock futuri che sappiamo arriveranno a partire dal cambiamento climatico (https://ec.europa.eu/info/strategy/recovery-plan-europe_it).

Come sostiene Molteni è indubbio che oggi l’impresa sia chiamata a rispondere e a conciliare «vecchi e nuovi elementi: le attese di sicurezza e stabilità del posto di lavoro; le crescenti aspettative di formazione, valorizzazione e realizzazione personale che connotano i collaboratori; l’impatto dei processi produttivi e dei beni realizzati sull’equilibrio ecologico; l’influsso sulla mentalità comune esercitato dai messaggi pubblicitari e, più in generale, dalla politica di comunicazione dell’impresa; le attese individuali e familiari dei lavori extracomunitari; le esigenze di conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare particolarmente rilevanti per il personale femminile; la necessità di tutelare le pari opportunità; i problemi connessi alla delocalizzazione delle attività produttive, il ricorso a fornitori operanti in paesi caratterizzati da un ordinamento giuridico poco evoluto; la crescita del cosiddetto consumo responsabile e del commercio equo solidale» (Molteni 2007, 26).

L’influsso tra società e azienda è reciproco: la prima necessita di imprese sane che creino posti di lavoro, ricchezza e innovazione in grado di migliorare il tenore di vita; la seconda si avvale delle risorse naturali del territorio e delle migliori risorse umane, garantite da un efficiente sistema sanitario, dall’istruzione ed adeguati standard normativi. Rilevato il rapporto tra società e azienda, è opportuno che entrambi i soggetti seguano il principio del valore condiviso, da intendersi come l’opportunità di compiere scelte i cui benefici siano condivisi perché l’utile esclusivo di una delle due parti comprometterebbe il benessere di entrambe nel lungo periodo (Vischi 2011).

Che lo si voglia o no, ogni atto umano ha conseguenze sugli altri soggetti e implica una responsabilità; questo vale ancora di più per l’alta direzione di un’impresa e per le decisioni che assume, in considerazione della molteplicità di stakeholder interni ed esterni interessati dalle scelte aziendali.

Le imprese oggi sono chiamate a promuovere con ancora più forza il proprio impegno civile e sociale, in un’ottica di restituzione di valori e competenze a supporto di progettualità innovative e concrete a beneficio del territorio, coinvolgendo il tessuto produttivo e quello sociale in un ecosistema aperto, dinamico e collaborativo dove far concretizzare modelli di sviluppo sostenibili e inclusivi. Quanto finora esposto si colloca nella teoria della Responsabilità Sociale d’Impresa la quale rileva l’importanza di «diffondere la consapevolezza che le situazioni caratterizzate da una potenziale sinergia tra socialità ed economicità sono numerose e risultano fondamentali per lo sviluppo dell’impresa» (Molteni 2004, 90).

3. La dimensione educativa della sostenibilità: formare ad una cultura di impresa e a una governance responsabile

Oggi dalle attività tipiche dell’impresa possono dipendere vari fattori: la valorizzazione delle competenze dei collaboratori, il contributo allo sviluppo economico di una determinata area geografica, la creazione diretta e indiretta di posti di lavoro, la fertilizzazione del territorio di radicamento in termini di valori, di conoscenze tecniche, organizzative, commerciali, imprenditoriali (Molteni 2007).

Tuttavia, come sostiene Papa Francesco (2015), nessun progetto può essere efficace se non è animato da una coscienza formata e responsabile, per questo è fondamentale la creazione di una cultura organizzativa che sappia coinvolgere i propri professionisti nelle sfide che si appresta ad affrontare investendo sulle risorse umane, fornendo loro le competenze necessarie per svolgere adeguatamente i propri compiti e valorizzandone le attitudini.

Vari documenti europei insistono sulla dimensione educativa quale guida verso la creazione di una cultura della sostenibilità, essi sottolineano che abbiamo bisogno di comprendere il nostro tempo storico e di integrare non solo le prospettive disciplinari di scenario e i target da raggiungere, ma anche e soprattutto l’orizzonte di senso formativo che ci muove.

L’Agenda 2030 mostra l’importanza di un’appropriata risposta educativa, l’educazione è sia un obiettivo in sé (SDGs 4), sia un mezzo per realizzare tutti gli altri obiettivi, «contribuisce in maniera decisiva allo Sviluppo Sostenibile, non ne è solamente parte integrante. Questo è il motivo per cui l’educazione rappresenta una strategia essenziale nel perseguimento degli SDGs» (UNESCO 2017).

Come si legge nel documento Educazione agli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile. Obiettivi di apprendimento (UNESCO 2017), essa deve rispondere all’incalzante bisogno di mutare i nostri stili di vita e di trasformare i nostri modi di pensare e agire, ed è possibile farlo solo definendo obiettivi e contenuti di apprendimento, introducendo pedagogie capaci di responsabilizzare ed esortando le istituzioni a includere i principi della sostenibilità nelle loro strutture gestionali.

Tutti devono essere agenti del cambiamento organizzativo verso la sostenibilità, per diventare parte attiva di questo processo sono necessarie conoscenza, abilità, valori e attitudini che rendano ciascuno più pronto in vista del contributo allo sviluppo sostenibile. L’educazione, pertanto, è cruciale per il raggiungimento dello sviluppo sostenibile, affinché le persone siano capaci di prendere decisioni informate e agire responsabilmente per l’integrità ambientale, la sostenibilità economica e per una società giusta per le generazioni presenti e future.

Dal documento Acceleriamo la transizione alla sostenibilità. Le imprese per l’agenda 2030 (ASVIS 2019), firmato da importanti organizzazioni imprenditoriali, emergono alcune linee di azione necessarie per un cambiamento, le quali, secondo Alessandrini e Mallen, sottolineano «l’importanza a livello sociale di promuovere azioni, incentivi e partnership, in particolare per: l’istruzione e la formazione, anche finanziaria; la valorizzazione del potenziale delle persone, attraverso azioni dedicate a rafforzare percorsi di lifelong learning a vantaggio della competitività dell’impresa e dell’occupabilità; il potenziamento delle politiche attive del lavoro e di misure orientate alla creazione d’impresa, alla promozione di lavoro buono e dignitoso e alla limitazione di fenomeni di degrado sociale, capace di garantire maggiore produttività alle imprese, perseguendo l’equità di genere e tra generazioni e la valorizzazione di tutte le diversità» (Alessandrini e Mallen 2020, 24-25).

Proprio in tema di parità di genere (SDG 5) e di eliminazione delle disuguaglianze (SDG 10) è importante sottolineare come oggi le imprese siano chiamate a conciliare le “differenze”, facendo della diversity una ricchezza organizzativa per l’elaborazione di linee di policy e di leadership innovative. Molte imprese oggi, infatti, si stanno rendendo conto di come l’adottare un atteggiamento proattivo per la lotta contro le disuguaglianze di genere, e di ogni altro tipo di disuguaglianze, possa essere una strategia vincente ed arricchente. Le disuguaglianze di genere nella pandemia si sono moltiplicate, le donne hanno conosciuto fatica e sofferenza, perdita di lavoro e precarietà, ma non solo, durante l’emergenza da Covid-19 la necessità di poter conciliare famiglia e lavoro è diventata ancor più impellente. Le donne nella pandemia, come delle perfette circensi, hanno dovuto mantenere tutto in equilibrio, lavoro, casa, relazioni parentali e amicali, compiti, gioco, spesso senza poterne condividere il carico mentale e fisico. Proprio questa situazione di crisi ha evidenziato però il ruolo essenziale delle donne, in ogni luogo e contesto, a partire dal lavoro domestico, diventato in questo periodo non più una faccenda privata, ma necessità sociale, improvvisamente visibile agli occhi di tutti e determinante per la sopravvivenza del Paese.

Nell’attuale momento di re-start post Covid-19, portare l’attenzione al valore delle diversità assume un ruolo importante per attraversare i cambiamenti e stare nelle trasformazioni in modo progettuale, per generare innovazione, attraverso pratiche di comportamento e strumenti di progettualità idonei alle diverse situazioni. Anche l’Europa introduce nuove prospettive in questa direzione, attraverso la promozione di attività che sappiano conciliare e valorizzare le diversità presenti nei contesti lavorativi, dalle quali ricavare vantaggi per l’impresa. Non solo le grandi multinazionali ma anche le PMI, di cui è imperniato il tessuto italiano ed europeo, possono trarre benefici da una cultura organizzativa favorevole alla gestione e alla valorizzazione dei differenti contributi individuali, ed essere così più eque, inclusive e allo stesso tempo più competitive. Ci sono evidenze su come imprese, con una forte componente femminile ed un’elevata attenzione alla conciliazione delle differenze, abbiano dimostrato maggiore resilienza e capacità di rispondere agli shock, segno evidente che qualcosa sta cambiando nel mondo delle imprese e che si va affermando il nuovo paradigma culturale della sostenibilità: ambientale, economica, sociale e istituzionale (Alessandrini e Mallen 2020).

La sfida del futuro riguarda la conciliazione dell’ambiente naturale assunto di per sé con la questione antropologica in senso proprio, perché lo sviluppo di ogni persona e di ogni impresa sia autentico ed integrale, competente, green e solidale.

Per questo oggi le varie scienze e discipline devono essere capaci di leggere il presente e anticipare il futuro, tra valori e intenzionalità educativa, scegliendo nuovi stili di vita e inedite modalità di produzione (Vischi 2019), per un’innovazione che sia sostenibile.

Bibliografia

Alessandrini, G. e Mallen, M.
2020 Diversity management. Genere e generazioni per una sostenibilità resiliente, Roma, Armando Editore.

ASVIS
2019 Acceleriamo la transizione alla sostenibilità. Le imprese per l’agenda 2030.

ASVIS
2020 L’Italia e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

Brundtland, G. H.
1987 Our Common Future: The World Commission on Environment and Development, New York, Oxford University Press.

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2010 Le ragioni che portano la pedagogia ad occuparsi di giovani e lavoro, in «Pedagogia Oggi», 2, pp. 253-255.

Francesco
2015 Lettera enciclica Laudato si’. Sulla cura della casa comune, Roma, Città del Vaticano.

Giovannini, E.
2020 Intervento al convegno Genere e generazioni per una sostenibilità resiliente, 18 novembre 2020, Prioritalia.

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2020 Rapporto annuale 2020 – La situazione del paese.

Malavasi, P. e Giuliodori, C.
2016 Ecologia integrale. Laudato sì. Ricerca, formazione, conversione, Milano, Vita e Pensiero.

Molteni, M.
2004 Sensibilità sociale e performance di impresa. Per una sintesi socio competitiva, Milano, Vita e Pensiero.

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2007 «Vivere la Responsabilità Sociale d’Impresa», in P. Malavasi, L’Impresa della sostenibilità. Tra pedagogia dell’ambiente e responsabilità sociale, Milano, Vita e Pensiero, pp. 25-45.

UNESCO
2017 Educazione agli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile. Obiettivi di apprendimento.

United Nations
2015 Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, Risoluzione adottata dall’Assemblea Generale il 25 settembre 2015.

Vischi, A.
2011 Riflessione pedagogica e cultura d’impresa. Tra progettualità formativa e responsabilità sociale, Milano, Vita e Pensiero.

Vischi, A.
2019 Pedagogia dell’impresa lavoro educativo formazione, Lecce-Brescia, Pensa MultiMedia.

Autore

  • È assegnista di ricerca nella Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, è laureata magistrale in Progettazione pedagogica e formazione delle risorse umane, ha ottenuto il titolo di dottore di ricerca in Scienze biomediche di base e Sanità pubblica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. È referente dell’area smart city e differenze di genere di Alta Scuola per l’Ambiente dell’Università Cattolica, con cui collabora sui seguenti temi di ricerca: città e qualità dell’ambiente, differenze di genere e salute, rischio ambientale e politiche partecipative. Ha incarichi di docenza nell’ambito di master e corsi universitari: Master di I livello in Gestione e comunicazione della sostenibilità, Alta Scuola per l’Ambiente e Corso di etica della sostenibilità ambientale, Facoltà di Ingegneria, Università degli Studi di Brescia.