Introduzione

Conciliare e innovare. Tra formazione, complessità e sviluppo sostenibile

Viviamo oggi, come persone e organizzazioni, un tempo caratterizzato da globalità, rapidità e ambiguità (Bertin 1976), tre nozioni chiave che evocano continue trasformazioni socioeconomiche e la dilatazione simultanea degli spazi di vita. Come insegna il periodo pandemico, questi cambiamenti e accelerazioni lasciano spesso disorientati, perché non se ne intuisce il rapido accesso e non si sanno interpretare le conseguenze. È una situazione “mobile” non del tutto prevedibile nel suo sviluppo, che richiede oggi più che mai la ricerca di uno o più possibili baricentri su cui far gravitare la realtà vissuta: con le parole di un chimico, «gli uomini hanno bisogno di un fine che faccia perno sull’eternità» (Polanyi 2009, 108).

Marco Vigorelli sembra suggerire come «in un contesto in rapida evoluzione come quello attuale, non è possibile, e forse neanche utile, cercare di prevedere in maniera puntuale il futuro. È invece essenziale costruirsi gli strumenti necessari per interpretare i mutamenti, cogliendo, all’interno del fluire continuo delle innovazioni, i fatti rilevanti per la gestione della propria impresa». Nel riconoscimento del valore materiale e immateriale della famiglia per la crescita delle persone, delle imprese e della società, l’economista attira la nostra attenzione su questo perno “umano” per il futuro.

Perché la famiglia dovrebbe essere, nelle sue diverse forme e strutture, un nucleo concettuale tanto interessante in questo rapido movimento socioeconomico e mondiale?

Non è anacronistico affidarvisi nella riflessione, per ripensare l’innovazione, soprattutto a livello di impresa?

Una possibile interpretazione è che la famiglia continua ad essere espressione di una comunità in cui si apprende a vivere la complessità della realtà.

Nell’intima forza delle relazioni, le persone in famiglia sono coinvolte in processi evolutivi di lungo periodo, imparano che non tutto si risolve nel momento presente, che importante è dar vita a dinamiche trasformative che richiedono tempo, motivazione e continuità nell’essere sostenute. Nel valore della conciliazione, in famiglia si insegna a trasformare le situazioni conflittuali in nuove sintesi promettenti, a far fronte ai cambiamenti non previsti nei piani, perché viene accolto il dinamismo della realtà. La famiglia è una “scuola” di partecipazione feconda al mondo, che non permette di sottrarsi alla responsabilità del coinvolgimento personale ed è uno spazio del possibile progettuale, un lavoro quotidiano alimentato da una visione profonda quanto ampia. In questo “poliedro esistenziale”, tutte le dimensioni umane sono implicate e interconnesse, le diversità di aspirazioni dei singoli si coniugano per dignità con le aspirazioni dell’intero nucleo (Sandrini 2019; 2020).

Ecco allora che riflettere sulla Corporate Family Responsibility partendo da questo orizzonte formativo significa individuare una costellazione di prassi conciliative tra vita privata, vita familiare e professionale, le più attuali e percorribili nelle imprese; inoltre, vuol dire continuare a promuovere e coltivare in tutte le “comunità” in cui si vive, tra aziende e territori, tra locale e globale, la competenza di conciliare che si impara in famiglia.

Richiamando il tema della solidarietà sociale, «la conciliazione famiglia-lavoro ha da diventare un criterio regolativo del funzionamento in senso umano dell’azienda. Così facendo il processo di modificazione culturale può incidere positivamente anche sulla politica di welfare della comunità» (Pati 2019, 46), poiché le imprese socialmente responsabili sono comunità di persone che si impegnano a dar vita a inedite forme organizzative orientate a creare un lavoro “buono”, a coniugare l’efficienza con la soddisfazione degli stakeholder, rappresentando «risorse per la società civile gravide di valori e di significati» (Vischi 2011, 135).

Conciliare può essere intesa come la capacità di innovare il lavoro e le organizzazioni, anche di fronte alle situazioni di insicurezza e alle sfide della società contemporanea. È una propensione progettuale a comporre le migliori integrazioni sostenibili nel momento presente, non semplificando la rosa dei bisogni in gioco, ma potenziando il coinvolgimento fiducioso delle persone, anche nelle imprese, in processi creativi per costruire scenari comuni desiderabili.

Vi concorre lo sviluppo delle risorse umane, quel processo formativo imperniato sul valore dell’empowerment personale e del team, sulle dinamiche collaborative e sulla responsabilità progettuale che possono permettere al gruppo di lavoro di interpretare in modo aperto e responsabile i cambiamenti organizzativi (Malavasi 2020).

Nella dinamicità e pervasività delle trasformazioni anche tecnologiche che stiamo vivendo nel contesto socio-economico, infatti, «il lavoro umano è un’opera educativa, imperniata sulla libertà personale, sulla vocazione e sull’orientamento alla dignità e alla creatività» (Malavasi 2019, p. 127) che si esprime anche attraverso dimensioni intangibili nel contesto di vita aziendale e nell’esperienza professionale, quali il ben-essere, la motivazione, il senso di appartenenza e la possibilità di autorealizzazione (Vischi 2019).

È alla luce di questa interpretazione pedagogica e formativa della conciliazione, che riannodo, dal punto di vista concettuale, la sollecitazione di Marco Vigorelli, espressa a inizio riflessione con i contributi che vado a presentare. Se nel flusso continuo delle innovazioni è utile «selezionare i fatti rilevanti per la propria impresa», innegabile è oggi l’improcrastinabilità della sfida della sostenibilità, fortemente sostenuta dalle politiche europee, dagli investimenti economico-finanziari e dalle variazioni del mercato sensibili alle preferenze dei consumatori. Non per ultimo, è un’urgenza per la necessità di garantire un futuro “non catastrofico” alle nuove generazioni, minacciate dai rischi dei cambiamenti climatici in pochi anni a venire (IPCC 2018): uno scenario a cui anche i sistemi di produzione hanno contribuito e che possono a loro volta subire.

Si va argomentando, in questa presentazione degli interventi, che la sostenibilità è una sfida conciliativa tra plurimi obiettivi di sviluppo sostenibile, tra benefici economici, sociali e ambientali, tra esigenze di diversi stakeholder tra cui l’umanità e la natura, tra più generazioni, tra imprese e istituzioni, tra pubblico e privato, tra profit, no profit e for benefit.

Cosicché, nel corso della rivista si cercherà di trarre suggerimenti su come viene interpretata la conciliazione da alcuni documenti internazionali ed europei che fungono da roadmap dello sviluppo sostenibile. Il punto di leva per innovare è accettare che la realtà sia per costituzione complessa e non-lineare, come l’ambiente naturale insegna: l’approccio conciliativo è, in sintesi, una possibilità non predefinita di futuro, un percorso in cui «la connessione tra i quadranti delle risorse umane e dell’innovazione produttiva deve essere l’oggetto di inedite linee guida per proteggere la casa comune e progettare il servizio all’umanità» (Malavasi 2019, 122), osservando la realtà con sincerità, lasciando spazio a dibattiti onesti e coinvolgendo i talenti di tutti nell’individuazione di plurime soluzioni (Francesco 2015).

Nella prima riflessione Caterina Braga presenta il documento Transforming our world: the 2030 Agenda for Sustainable Development, interpretandolo come una codifica condivisa a livello internazionale per un approccio sistemico allo sviluppo e come un’opportunità socio-competitiva per fare un salto di qualità verso la sostenibilità in tempi di post-pandemia. I 17 obiettivi dell’Agenda ONU 2030 corrispondono a linee di progetto che sono tra loro interconnesse e inscindibili, realizzabili solo con innovazioni di sistema e di processo, di prodotti e di servizi che integrino la sostenibilità nei modelli di business. L’autrice sembra suggerire che un futuro prospero non potrà essere guadagnato se non con il pieno coinvolgimento delle imprese, attraverso processi di formazione delle risorse umane che operano nelle aziende per l’acquisizione di competenze green, a beneficio dei territori e delle comunità in cui esercitano. La capacità manageriale è riconoscere tempestivamente ‒ in tempi di shock, noterà Braga ‒ l’importanza di aderire a investimenti sistemici per il bene comune, conciliando economicità e socialità, profitto e partecipazione organizzativa, mediante impegno attivo e concreto, anche nel riconoscere il valore competitivo delle differenze nei contesti di lavoro.

Il secondo contributo di Yves Gaspar invita ad accogliere la natura come maestra e, per farlo, ad immergersi nell’ambiente, non per conoscerne tutti gli aspetti fisico-matematici ‒ di alcuni dei quali vedremo l’impervietà ‒ ma per comprendere un insegnamento: il comportamento degli ecosistemi è più complesso di quanto immaginiamo. Attraverso alcuni esempi che riguardano lo spazio e il tempo in natura, l’autore sottolinea come, dal punto di vista dell’osservazione scientifica, gli effetti nel mondo reale non siano sempre lineari o prevedibili secondo schemi già conosciuti, anzi talvolta sfidano i modelli di pensiero o le pre-concezioni. Questa consapevolezza contrasta vivamente con la cultura tecnocratica dominante, che fa dell’uomo colui che può facilmente controllare o dirigere i risultati delle proprie azioni sull’ambiente. Conciliare società umana e universo complesso, per la sostenibilità, significa innanzitutto ripensare l’approccio umano verso gli ecosistemi in chiave di umile sobrietà, a partire proprio dall’approfondimento delle conoscenze scientifiche e dall’investimento sulle capacità di osservazione del reale. Inoltre, come la scoperta in natura insegna, serve ripensare l’innovazione in chiave creativa oltre che programmatica, riformulando continuamente i punti di vista, ampliando gli schemi di pensiero anche nelle organizzazioni umane e superando le frammentazioni con cui spesso sacrifichiamo l’unità e l’armonia della conoscenza. Una sollecitazione metodologica che conduce a individuare le strategie di soluzione in inedite piste di lavoro.

Caterina Bracchi prosegue a sua volta la riflessione sul tema dell’innovazione, rileggendo il topic della conciliazione alla luce delle novità che stanno per essere introdotte dal Programma Quadro dell’Unione Europea per Ricerca e Innovazione, denominato Horizon Europe 2021-2027. L’autrice, oltre a ribadire che la sostenibilità è indiscutibilmente riconosciuta dalle polices europee come un fattore di sviluppo e di vantaggio competitivo per accompagnare la transizione verso la leadership di un’Europa verde, giusta e digitale, sottolinea che l’allocazione dei finanziamenti per il prossimo settennato seguirà alcune nuove linee di indirizzo. Il recente programma R&I è mission oriented, ossia adotta un approccio che definisce in maniera chiara gli obiettivi verso cui dirigere l’impegno economico e progettuale delle imprese e delle università. Sono cinque i mandati di missione, tutti riferibili allo sviluppo sostenibile e all’Agenda ONU 2030. L’Unione Europea non solo indica le sfide sociali, ambientali ed economiche del nostro tempo, ma aggiunge che per affrontarle serve cambiare passo dismettendo l’approccio lineare all’innovazione: serve, infatti, simultaneità di ricerca e applicazione, progettazione transdisciplinare e studi di impatto, approcci top-down e bottom-up, sistemi multi-livello nella chain degli attori socio-economici, engagement delle comunità e della società civile (fondazioni, associazioni) accanto ad imprese, università e governo. L’innovazione è concepita come ecosistema, in cui tra gli stakeholder si trova l’ambiente naturale e il processo di cambiamento è guidato dalla capacità di connettere e di conciliare bisogni di crescita economica con quelli della comunità e dell’ambiente.

Ai tre contributi dei colleghi di Alta Scuola per l’Ambiente (ASA) ‒ realtà di formazione, ricerca e terza missione multidisciplinare dell’Università Cattolica del Sacro Cuore che dal 2008 opera per uno sviluppo umano e ambientale integrale ‒, nella sezione Esperienze, fanno seguito i racconti di tre best pratices di conciliazione e sostenibilità, due afferenti al mondo delle imprese e una alla rete pubblico-privato.

Carlalberto Guglielminotti, Amministratore Delegato e Direttore Generale di ENGIE EPS, impresa leader nel campo dell’innovazione tecnologica per la transizione verso energie rinnovabili e sostenibili, presenta FamilyWorking. Questo progetto di conciliazione famiglia-lavoro è nato per promuovere in modo socialmente sostenibile l’home working ‒ soprattutto femminile ‒ durante il periodo pandemico, portando a valore la vision umana e le competenze organizzative dell’azienda per rendere il lavoro, anche da remoto, uno spazio di benessere personale e familiare. Così sono stati introdotti accorgimenti quali, ad esempio: la disponibilità di attrezzature a domicilio, piattaforme organizzative online, schemi part-time flessibili, meccanismi di compensazione economica e la sottoscrizione di una carta dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Questo contributo sottolinea come questa innovazione sia stata possibile grazie a un cambio di paradigma culturale, letto da Guglielminotti come una capacità di adattamento dell’azienda in periodo pandemico, nato dal pensare in modo nuovo e “libero da abitudini” il lavoro e fortificato attraverso un dialogo costante con i collaboratori.

L’innovazione in STANTEC Italia, società di consulenza e progettazione ingegneristica ed architettonica nel campo socio-ambientale, si racconta rispetto alla conciliazione vita-lavoro attraverso il software Smafely in grado di misurare gli impatti positivi dello smart working in termini di riduzione delle emissioni inquinanti, del consumo di tempo libero e di risparmio economico. Come spiega l’Amministratore Delegato Emanuela Sturniolo, questa novità tecnologica si sviluppa grazie a un percorso e a un progetto consolidato di flessibilità lavorativa all’interno dell’organizzazione, nato per supportare quel mondo femminile che valorizza questa realtà aziendale anche nei ruoli apicali. Anche la responsabilità sociale d’impresa può essere misurata negli impatti in modo puntuale, in termini di rispetto dei collaboratori e del personale, «aiutandoli a vivere una vita più soddisfacente e riducendo i fattori di stress»: questo clima aziendale attrae talenti e investitori, innalza i vantaggi competitivi nel mercato, favorisce la produttività e i risultati aziendali, a dimostrazione che modelli di business sostenibili rappresentano il futuro. Innovare è investire a livello formativo su leadership collaborative.

Il contributo conclusivo di Maria Sapienza è un estratto della tesi conseguita presso l’Università di Trento, che ha vinto il Premio Marco Vigorelli 2019, dal titolo Il welfare aziendale: un nuovo strumento per il benessere dei lavoratori? Analisi e studio dell’esperienza di welfare territoriale promossa dal Comune di Modena. Viene presentato il processo collaborativo triennale tra l’ente pubblico modenese e le PMI del territorio per dare vita a una partnership di welfare in grado di agevolare l’accesso a prodotti e servizi dei lavoratori delle aziende partecipanti. Tra essi: servizi salva tempo e costi, di conciliazione vita-lavoro, di cura alle persone, per il benessere e lo sviluppo professionale, in linea con gli obiettivi promossi dall’Agenda ONU 2030. La parola chiave che emerge nell’analisi è coesione, sia in termini di alleanze per superare le difficoltà organizzative e gestionali di questo impegno di servizio alla comunità, sia per far fronte insieme ai rischi e ai costi dell’impresa sociale, sia per promuovere un’economia circolare delle conoscenze, delle competenze e delle buone pratiche. L’engagement, multi-stakeholder e multilivello, appare necessario e comune alle missioni di sostenibilità e di corporate social responsibility, come attesta il progetto, per acquisire vantaggi nell’innovazione: tuttavia serve non sottovalutarne la complessità, perché collaborazioni generative abbisognano di un investimento nello sviluppo di tutte le risorse umane coinvolte per divenire anche sostenibili.

Bibliografia

Bertin, G. M.
1976 Educazione al «cambiamento», Firenze, La Nuova Italia.

Francesco
2015 Lettera enciclica Laudato si’. Sulla cura della casa comune, Roma, Città del Vaticano.

IPCC
2018 Special Report. Global Warming of 1.5 ºC.

Malavasi, P.
2019 Educare robot? Pedagogia dell’intelligenza artificiale, Milano, Vita e Pensiero.

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2020 Insegnare l’umano, Milano, Vita e Pensiero.

Pati, L.
2019 «Lavoro e famiglia: un difficile equilibrio», L. Pati (a cura di), Pedagogia della famiglia, Brescia, La Scuola, pp. 31-49.

Polanyi, M.
2009 The tacit dimension, Chicago, University Press.

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2019 La famiglia ospitale. Educare a ri-conoscere la casa comune in «La Famiglia», 53, pp. 328-340.

Sandrini, S.
2020 Coordinamento pedagogico. Cura delle relazioni e accompagnamento delle professioni educative e formative, Lecce-Brescia, Pensa MultiMedia.

Vischi, A.
2011 Riflessione pedagogica e culture d’impresa. Tra progettualità formativa e responsabilità sociale, Milano, Vita e Pensiero.

Vischi, A.
2019 Pedagogia dell’impresa, lavoro educativo, formazione, Lecce-Brescia, Pensa MultiMedia.

Autore

  • È assegnista di ricerca nella Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove ha conseguito il PhD in Agrisystem e la laurea in Progettazione pedagogica e interventi socio-educativi. Collabora attivamente alle ricerche di Alta Scuola per l’Ambiente (ASA) dell’Università Cattolica, in particolare rispetto ai cambiamenti climatici e alla mobilità sostenibile. Docente nell’ambito del Master in Gestione e comunicazione della sostenibilità. Formazione, green jobs, circular economy. La sua attività euristica è rivolta prevalentemente ai temi del coordinamento e della progettazione pedagogica, con particolare riferimento alla sostenibilità dello sviluppo e alla formazione delle risorse umane.