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Cercare la pace nelle organizzazioni

1. Introduzione

Dire che la pace è l’opposto della guerra è veramente troppo poco.

Alla ricerca del senso, possiamo ricorrere all’etimologia. L’arcaico verbo latino pacere, come il sostantivo pax, derivano dalla radice pak, che ci parla dell’‘atto del pattuire’. L’idea di pace e l’idea di patto sono strettamente connesse.

La radice pak è contigua alla radice pag, ‘piantare’. C’è quindi l’originaria idea di ‘fissare’: ciò che è stabilmente fissato, ben piantato, solido, compatto, resiste come accordo. Ma basta ricordare il verbo latino pangere, discendente dalla radice pag, per allargare lo sguardo: al di là del ‘conficcare’ e del ‘piantare’, pangere ci parla di ‘fissare confini’, ‘intraprendere’, ‘comporre canti’, ‘celebrare’, ‘promettere in sposa’.

Dunque, come suggerisce il tedesco Frieden la pace non è solo ‘risoluzione di un conflitto’. è ‘stato di calma’, ‘quiete’, ‘armonia’, e più anticamente anche ‘area protetta, recintata’. Lo slavo mir apre ancor più l’orizzonte di senso: la parola ci parla di ‘pace’, ma anche di ‘comunità’, ‘mondo’, ‘universo’.

Così intesa, la pace ci parla di un atteggiamento, un modo di essere, ed allo stesso tempo un luogo, un ambiente. Il concetto di pace ci appare insomma come una lente, un’ottica che ci permette di osservare gli atteggiamenti umani, ed i mondi edificati ed abitati da noi umani.

2. La pace come organizzazione

In special modo, il concetto di pace ci permette di gettar luce sui modi e sui luoghi del lavoro umano. Chiamiamo organizzazione la rete strutturata di relazioni, istituzioni, mezzi tecnici, che consente a noi umani di coordinarci per raggiungere obiettivi comuni o soddisfare esigenze collettive. Guardiamo qui in particolare alle organizzazioni produttive, aziendali: sistemi di regole, ruoli e norme, destinati ad essere messi in pratica da umani e da macchine, che costituiscono la cornice e le modalità necessarie a rendere efficace il lavoro.

Il concetto di pace suggerito dalle tracce di senso proposte dall’etimologia ci illumina subito nel modo di intendere le organizzazioni. Ci dice che, così come la pace non è mai definitivamente raggiunta, garantita, l’organizzazione è sempre in fieri, in evoluzione. Non è un dato, ma uno stato nascente.

Le strutture sono continuamente rinnovate dall’agire umano. L’ordine è perenne riordinamento. Organizzare è un continuo ‘rimettere in sesto’. Il sesto è il compasso. Il nome deriva dall’esagono, che rappresenta la sempre provvisoria approssimazione alla perfezione del cerchio. La pace, infatti, è un tentativo, una approssimazione. Ogni patto è provvisorio; o meglio: deve essere riconfermato istante dopo istante.

3. La pace come etica incarnata

Ciò che viene continuamente rimesso in sesto nelle organizzazioni, è essenzialmente la presenza, sempre cangiante e differente, degli esseri umani che la compongono.

Innanzitutto c’è il sé. L’individuo, diverso da ogni altro, ‘identico’ solo a stesso. L’essere irripetibile, con il suo punto di vista inimitabile. In origine sta la radice indoeuropea s(w)e, ‘se stesso’. Da qui il sanscrito svah, il greco ídios, e in latino se e suus. Ritroviamo in ogni cultura questa idea del sé, fonte di identità e di conoscenza distintiva. Il sé non è l’ego, l’io. Il sé è in origine la terza persona. Il sé è l’essere che tende alla propria piena manifestazione, al superamento del limite, anche del confine tra vita e morte. Da un’armonica unione dei sé individuali nasce il sé collettivo: la società, come comunità di esseri umani; la natura, come sistema vivente. Dalla consapevolezza di sé dell’individuo, si passa al sé collettivo, sociale. Dalla radice s(w)e discende in greco anche hos ‘egli’, ‘ciò’, ‘sé’. Ne discendono ethnos ed êthos. Ethnos: identità collettiva di un popolo; êthos: ciò che proprio di una persona o di un gruppo sociale.

Cicerone traduce idios con proprietas, parola che ben prima di significare ‘diritto esclusivo’ sta per ‘caratteristica distintiva’. E per tradurre ethikós sceglie un derivato di mos, plurale mores, espressione che sta per consuetudine, abitudine. Di qui la parola morale. ‘Etica’ e ‘morale’ sono perciò termini strettamente connessi. E al di là di cavillose e sottili distinzioni concepite dai filosofi, indicano una cosa semplice e precisa: il sistema di concetti, giudizi, norme, valori a cui fa riferimento, nella sua condotta, ogni singolo uomo. Ogni persona ha una sua etica. Ma l’etica, in fondo, è ineffabile, che alla lettera vuol dire: ‘non esprimibile in parole’. L’etica può essere magari anche riassunta in principi, in valori. Ma resta ineludibile il fatto che l’etica esiste solo se la si pratica. Se se ne parla in astratto, in modo distaccato dalla nostra personale e quotidiana vita, è perché non riusciamo a praticarla. Perciò possiamo parlare di etica incarnata. Consiste in fondo nel vivere in carne propria, sulla propria pelle e allo stesso tempo nel proprio animo, la fatica di essere sé stessi ‒ evitando di adattarci comodamente a ciò che altre persone decidono per noi.

Nella vita pubblica così come nella vita privata. Nella quotidianità così come nel lavoro.

4. Il lavoro come ricerca di pace

Il lavoro non è per l’essere umano solo cessione di tempo o conoscenze in cambio di una remunerazione. Il lavoro è esperienza vitale. Il lavoro è un continuo tentativo di ‘mettere in sesto’. Possiamo dunque dire: il lavoro è ricerca di pace. Tensione verso il momento in cui, avendo fatto la nostra parte, potremo riposare: stare in pace.

Accade però che questo profondo senso del lavoro è messo in discussione da due trend che oggi dominano oggi la scena.

Il primo: esseri umani e macchine sono sempre più strettamente interconnessi, sempre più indissolubilmente interfacciati.

Il secondo: ogni lavoro svolto dagli esseri umani ‒ si dice ‒ può, o potrà, essere sostituito dal lavoro svolto da una macchina. Può ben darsi che questi trend non siano confermati dalla storia. Ma oggi sono fortemente sostenuti da una insistente propaganda, giocata anche sul piano dell’argomentazione filosofica. Si tenta di affermare un principio: esseri umani e macchine possono, o debbono, essere valutati alla luce delle stesse categorie.

Si finisce per questa via per spendere molto pensiero nell’elucubrare a proposito di una possibile coscienza, una possibile consapevolezza etica della macchina. Ma si può osservare come in realtà l’equiparazione tra umani e macchine avviene attraverso una auto-svalutazione dell’umano. Siamo noi esseri umani ad accettare di essere livellati in basso, e giudicati attraverso le categorie buone per giudicare le macchine.

Dunque oggi, di fronte a macchine ‒ Intelligenze Artificiali, algoritmi, robot, fabbriche automatiche ‒ dichiarate capaci di sostituire in toto il lavoro degli esseri umani, non basta più parlare di politiche del lavoro: si deve parlare di politiche per il lavoro umano.

Dunque anche quando il lavoro sia svolto da macchine autonome indipendenti dagli esseri umani, ed anche quando ad ognuno sia garantito un reddito universale di base, in quanto esseri umani dovremo interrogarci ancora in merito al lavoro. Il tempo liberato dovrà essere colmato di impegni che evitino all’essere umano la passività del mero consumatore, l’inanità. Ciò che chiamiamo hobby o attività svolta per diletto, è in realtà lavoro.

Sfidati dalle novità tecnologiche, siamo così spinti a ritornare a dar valore agli aspetti essenziali, distintivi del lavoro umano: un agire allo stesso tempo manuale e intellettuale, di pensiero e di azione. Sembra dunque opportuno cercare nuovi patti per il lavoro umano.

Nel cercare i patti dovranno essere necessariamente coinvolti ‒ accanto ai datori di lavoro e ai sindacati ‒ i tecnici progettisti delle macchine. Perché deve in ogni caso essere chiara la responsabilità di esseri umani che progettano la sostituzione di esseri umani con macchine.

5. La pace come responsabilità

Lavorare è sporgersi oltre le zone protette, sicure. L’esperienza ci dice che ciò che è più importante nel nostro agire, si svolge ai margini, fuori dal terreno comodo delle evidenti ed esplicite aspettative di ruolo.

Siamo, in realtà, sbalzati fuori. Il luogo e il tempo nel quale ci troviamo ad agire ci è sconosciuto per molti aspetti. Percepiamo il pericolo, il rischio.

Certo, ci è sempre concesso tornare indietro, rinunciare, rintanarci in ufficio, in casa, in luoghi protetti, in zone di conforto. Possiamo limitarci a cercare conferme di ciò che già sappiamo e a fare ciò che abbiamo già fatto. Possiamo continuare a muoverci in modo ripetitivo, nell’ambito del consueto.

Ma cercare la pace significa proprio muoversi in zone di confine, incerte ignote.

Significa quindi: accettare di sentirsi in ansia. Allarmati. Turbati. Sconcertati. Insicuri delle scelte. Solo se proviamo questa ansia siamo veramente presenti, e possiamo quindi cogliere il presentarsi, il dischiudersi del nuovo.

La via sta nel trasformare l’ansia in impegno. Impegno nei confronti di sé stesso, dei nostri cari, di ogni altra persona, della società, della vita e della natura. Ogni persona al lavoro è chiamata a sentirsi responsabile. Respondere è in latino ‘ricambiare’, ‘rispondere a un impegno’: re-spondere. Responsum: re-, movimento inverso, precisa il senso di sponsum. Ci si sposa con un’altra persona. Ma si dice anche: ‘sposare una causa’. Altro connesso senso di spondere è ‘promettere’. L’agire dell’essere umano impegnato nel lavoro è pro-mettere: ‘mandare in avanti’.

6. Una ricerca empirica

Possiamo certamente chiederci: chi è veramente disposto ad assumersi l’onere di questo impegno? Non tutti coloro che appartengono ad una organizzazione saranno disposti. Lavorare senza considerare l’organizzazione un comodo recinto è difficile. Cercare la pace è faticoso e destabilizzante. Più facile lasciare che siano altri a impegnarsi in prima persona nel lavoro e a cercare la pace.

Interessanti a questo proposito i risultati di una ricerca condotta da Assoetica Aps nel 2022. La ricerca era tesa a portare alla luce il modo in cui un campione rappresentativo della popolazione italiana intende la pace. A quali simboli associamo la pace. Quale pace sogniamo e desideriamo, anche non sapendolo, o non volendolo dire con parole chiare. Ne risulta una distribuzione degli atteggiamenti di fronte al lavoro e alle organizzazioni. Una distribuzione che fa riflettere.

Figura 1. Dati della Ricerca Assoetica Aps nel 2022.
Figura 1. Dati della Ricerca Assoetica Aps nel 2022.

Conosciamo tutti qualche collega o collaboratore impaurito, spaventato, terrorizzato, vittima di un timore paralizzante, che impedisce di pensare, scegliere, agire. La ricerca colloca gli appartenenti a questo gruppo ‒ potremmo chiamarlo: i tremebondi ‒ al di sotto del 2%.

Ben più importante, sia per numero di appartenenti, sia per caratteristiche distintive, è il gruppo che possiamo definire: i dipendenti. Qui non c’è timore paralizzante. C’è però dipendenza. C’è un’insicurezza che si traduce nell’incapacità di assumere posizioni autonome. C’è bisogno di protezione. C’è tendenza a consumare senza preoccuparsi del costo e delle conseguenze. C’è il dare per scontato che siano altri a decidere e ad assumersi responsabilità. C’è conformismo: disponibilità ad aderire alle posizioni di un leader; disponibilità a credere ai messaggi che giungono per via digitale.

Ancora più numeroso il terzo gruppo ‒ che possiamo definire i gaudenti. Qui non ci sono paure bloccanti. Non c’è dipendenza da autorità esterne. C’è invece una notevole consapevolezza. C’è autostima. C’è una conoscenza solida della situazione e del contesto. C’è un acuto senso del bello. C’è attenzione ai valori. Primo fra tutti il valore della vita. Ma il valore della vita è inteso come “you only live once”, “si vive una volta sola”. Si cerca quindi godimento, piacere, spazio per sé. Si rimuove il ricordo dei padri che ci hanno garantito questa ricchezza. Sebbene si comprenda benissimo il senso della sostenibilità, vi si aderisce in modo astratto. Si aderisce solo fino al punto in cui l’adesione comporta rinunce, sacrifici personali. Si comprende benissimo anche il funzionamento organizzativo, il necessario equilibrio economico dell’azienda in cui si lavora. Si ha anche una percezione precisa del contributo che le personali conoscenze e il personale saper fare potrebbero portare all’organizzazione lavorativa di cui si fa parte. Ma si sceglie di limitare la partecipazione, il coinvolgimento, l’impegno personale. In funzione del personale piacere, dell’immediata utilità, soggettivamente valutata. è confortante che il gruppo sia così numeroso: si tratta di cittadini e lavoratori adulti, ricchi di potenzialità. è sconfortante che questa maggioranza relativa degli italiani, pur essendo in grado di assumere responsabilità, scelga di non assumerne.

Esiste infine ‒ non poteva mancare ‒ un quarto gruppo che chiamiamo i coscienti. Essi come i membri del gruppo sopra descritto sono consapevoli, esperti, dotati di autostima. Come i membri del gruppo precedente sanno provare piacere ed amano la bellezza. Ma a differenza dei membri del gruppo precedente, la loro consapevolezza non si ferma all’egoismo e all’edonismo. La bellezza, la vita stessa, hanno un costo che qualcuno deve pagare. I membri di questo gruppo non rimuovono gli aspetti onerosi della vita. E soprattutto sono disposti a rinunciare ad una quota di godimento, di piacere, in funzione della riproduzione del godimento e del piacere. Accettano con lucidità di rinunciare a tempo per sé, perché pensano che la vita non abbia senso senza gli altri e la società. Non dimenticano di chiedersi da dove vengono gli agi di cui disponiamo. Si preoccupano di condividere ed educare. Non rifiutano il lavoro. Non pensano che la realizzazione personale consista nell’ampliare il tempo libero. Non pensano che l’organizzazione sia un peso del quale liberarsi. Pensano al contrario che sia un luogo dove stare ed agire responsabilmente.

Per cercare la pace.

Nota a proposito della ricerca

La ricerca è stata curata da Anna Montescuro (Istituto Scenari), Antonella Pogliana (ricercatrice esperta del metodo test di trasformazione ludico-onirico), Francesco Varanini (Assoetica APS).

È stato somministrato un questionario via CAWI a un campione rappresentativo della popolazione italiana, con un piano di campionamento costruito su dati ISTAT aggiornati al 2022. Sono state raccolte 912 risposte.

La ricerca si è svolta tra il 13 e il 17 giugno 2022.

Il metodo adottato ‒ test di trasformazione ludico-onirico ‒ è stato creato dalla psicologa e ricercatrice universitaria Laura Frontori. è ampiamente descritto in Laura Frontori, Il mercato dei segni, Cortina, 1986.

Il metodo si fonda sull’uso di immagini come mezzo per far emergere, attraverso il linguaggio della metafora, le radici psicologiche, simboliche e affettive da cui discendono scelte e comportamenti sociali.

Il metodo è stato largamente usato in ricerca marketing oriented, dalla stessa Laura Frontori, e poi ulteriormente elaborato da Antonella Pogliana, per lunghi anni Direttrice di Ricerca di importanti istituti.

Autore

  • È nato a Pisa nel 1949, laureato in Scienze Politiche con indirizzo etnografico. Negli anni ‘70 è stato antropologo in America Latina. Negli anni ‘80 presso la più grande casa editrice italiana ha ricoperto varie posizioni di responsabilità e guidato il progetto di digitalizzazione degli archivi degli articoli pubblicati sui periodici Mondadori e su Repubblica. Negli anni ‘90 è stato direttore generale della casa editrice del settimanale “Cuore” e co-fondatore del settimanale Internazionale, nonché amministratore delegato della relativa casa editrice. Presso la Business School ISTUD nel 2000 ha progettato e diretto il primo master dedicato in Italia al business fondato su tecnologie digitali. Formatore e consulente, lavora sulle intersezioni tra la cultura umanistica e la cultura tecnico-scientifica, tra le dinamiche relazionali puramente umane e gli approcci informatici e computazionali. Ha insegnato (dal 2003) per dodici anni Informatica Umanistica presso l’Università di Pisa. Successivamente ha tenuto cicli di seminari presso l’Università di Udine. Ha fondato nel 2004 e diretto fino al gennaio 2023 “Persone & Conoscenze”, rivista mensile rivolta ai professionisti delle Risorse Umane. Dalla primavera 2022 al giugno 2023 è stato direttore della MIT Sloan Management Review Italia. Dal luglio 2013 al novembre 2015 è stato Presidente per la Lombardia dell’Associazione Italiana Formatori (AIF). è socio fondatore (nel 2002) di Assoetica, associazione per la diffusione di atteggiamenti etici e responsabili, dove ha ricoperto il ruolo di Direttore Scientifico; dal 2021 ne è Presidente. Tra le sue pubblicazioni: Romanzi per i manager. La letteratura come risorse strategica (Marsilio, 2000); Leggere per lavorare bene. Nuovi romanzi per i manager (Marsilio, 2007); Le parole del manager. 108 voci per capire l’impresa (Guerini e Associati, 2006); Contro il management (Guerini e Associati, 2010); Projects and Complexity (con Walter Ginevri, CRC Press, 2012); Le vie della formazione. Creatività, innovazione, complessità (con Gianluca Bocchi, Guerini e Associati, 2013); Macchine per pensare. L’informatica come prosecuzione della filosofia con altri mezzi (Guerini e Associati, 2016); Le Cinque Leggi Bronzee dell’Era Digitale. E perché conviene trasgredirle (Guerini e Associati, 2020); Perché posso dirmi formatore (Editoriale Scientifica, 2021); Marchionne non è il migliore dei manager possibili (Guerini Next, 2022); Splendori e miserie delle intelligenze artificiali. Alla luce dell’umana esperienza (Guerini e Associati, 2024). è iscritto all’albo dei giornalisti dal 1981 ed è saggista e critico letterario, con una particolare attenzione per la letteratura e la cultura ispanoamericana. è autore di Viaggio letterario in America Latina, Marsilio, 1998 (tradotto anche in spagnolo).