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Quaderno 14

Quaderno 14 (Dicembre 2024)

Caregiver che conciliano

a cura di Maria Novella Bugetti

“Caregiver che conciliano” è un Quaderno che nasce da alcune questioni: in che modo ridefinire i termini della cura, per massimizzare il benessere e la salute di tutte le persone e le organizzazioni coinvolte? Come mettere sempre di più al centro di questi termini la figura del caregiver nell’ambito della conciliazione famiglia-lavoro?
Oggi viviamo in una società chiamata a prendersi sempre di più cura dei soggetti più fragili, senza avere un sostegno riservato a chi è chiamato a prendersi cura dell’altro: nel contesto dell’individualismo, una società della prestazione che porta sempre più il soggetto a focalizzare tutte le proprie energie in ambito lavorativo; nel rapporto tra sfera privata e lavorativa, la sempre maggiore difficoltà nel restituire ad ogni prospettiva la propria centralità e identità; nel contesto sociale, un aumento della vita media che ci mette sempre più di fronte da una parte ad una mancanza di autonomia di crescita e dall’altra all’inverno demografico.
Questo sollecita una partecipazione sempre più sociale, culturale e politica, che metta a fuoco quali possano essere i modelli epistemologici nuovi e le best practices all’interno delle organizzazioni da porre in dialogo su più fronti nella ricerca di traguardi comuni.
A partire da queste premesse, nella parte delle Riflessioni la prospettiva del caregiver è analizzata nell’ambito giuridico, sociologico-filosofico, economico-organizzativo e sanitario.
Nella parte delle Esperienze viene data voce ad aziende, mondo della consulenza e del Terzo settore.
Allo stato attuale, manca una narrativa della cura, con un suo proprio vocabolario, che restituisca il reale senso e gli aspetti concreti delle dinamiche che ci troviamo ad affrontare.
Se l’ambito di cura non può mai prescindere dalla relazione – e quindi, per non essere snaturato, non può mai essere totalmente delegabile –, come rifondare una cultura di sostegno alla fragilità in cui individui, famiglie, minori, gruppi, istituzioni, università e Terzo settore, facciano emergere la sua rilevanza sociale e le relative ricadute, nell’ottica di una sostenibilità economica, ambientale e sociale?

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Caregiver che conciliano

a cura di Maria Novella Bugetti

“Caregiver che conciliano” è un Quaderno che nasce da alcune questioni: in che modo ridefinire i termini della cura, per massimizzare il benessere e la salute di tutte le persone e le organizzazioni coinvolte? Come mettere sempre di più al centro di questi termini la figura del caregiver nell’ambito della conciliazione famiglia-lavoro?
Oggi viviamo in una società chiamata a prendersi sempre di più cura dei soggetti più fragili, senza avere un sostegno riservato a chi è chiamato a prendersi cura dell’altro: nel contesto dell’individualismo, una società della prestazione che porta sempre più il soggetto a focalizzare tutte le proprie energie in ambito lavorativo; nel rapporto tra sfera privata e lavorativa, la sempre maggiore difficoltà nel restituire ad ogni prospettiva la propria centralità e identità; nel contesto sociale, un aumento della vita media che ci mette sempre più di fronte da una parte ad una mancanza di autonomia di crescita e dall’altra all’inverno demografico.
Questo sollecita una partecipazione sempre più sociale, culturale e politica, che metta a fuoco quali possano essere i modelli epistemologici nuovi e le best practices all’interno delle organizzazioni da porre in dialogo su più fronti nella ricerca di traguardi comuni.
A partire da queste premesse, nella parte delle Riflessioni la prospettiva del caregiver è analizzata nell’ambito giuridico, sociologico-filosofico, economico-organizzativo e sanitario.
Nella parte delle Esperienze viene data voce ad aziende, mondo della consulenza e del Terzo settore.
Allo stato attuale, manca una narrativa della cura, con un suo proprio vocabolario, che restituisca il reale senso e gli aspetti concreti delle dinamiche che ci troviamo ad affrontare.
Se l’ambito di cura non può mai prescindere dalla relazione – e quindi, per non essere snaturato, non può mai essere totalmente delegabile –, come rifondare una cultura di sostegno alla fragilità in cui individui, famiglie, minori, gruppi, istituzioni, università e Terzo settore, facciano emergere la sua rilevanza sociale e le relative ricadute, nell’ottica di una sostenibilità economica, ambientale e sociale?

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“Caregiver che conciliano” è un Quaderno che nasce da alcune questioni: in che modo ridefinire i termini della cura, per massimizzare il benessere e la salute di tutte le persone e le organizzazioni coinvolte? Come mettere sempre di più al centro di questi termini la figura del caregiver nell’ambito della conciliazione famiglia-lavoro?
Oggi viviamo in una società chiamata a prendersi sempre di più cura dei soggetti più fragili, senza avere un sostegno riservato a chi è chiamato a prendersi cura dell’altro: nel contesto dell’individualismo, una società della prestazione che porta sempre più il soggetto a focalizzare tutte le proprie energie in ambito lavorativo; nel rapporto tra sfera privata e lavorativa, la sempre maggiore difficoltà nel restituire ad ogni prospettiva la propria centralità e identità; nel contesto sociale, un aumento della vita media che ci mette sempre più di fronte da una parte ad una mancanza di autonomia di crescita e dall’altra all’inverno demografico.
Questo sollecita una partecipazione sempre più sociale, culturale e politica, che metta a fuoco quali possano essere i modelli epistemologici nuovi e le best practices all’interno delle organizzazioni da porre in dialogo su più fronti nella ricerca di traguardi comuni.
A partire da queste premesse, nella parte delle Riflessioni la prospettiva del caregiver è analizzata nell’ambito giuridico, sociologico-filosofico, economico-organizzativo e sanitario.
Nella parte delle Esperienze viene data voce ad aziende, mondo della consulenza e del Terzo settore.
Allo stato attuale, manca una narrativa della cura, con un suo proprio vocabolario, che restituisca il reale senso e gli aspetti concreti delle dinamiche che ci troviamo ad affrontare.
Se l’ambito di cura non può mai prescindere dalla relazione – e quindi, per non essere snaturato, non può mai essere totalmente delegabile –, come rifondare una cultura di sostegno alla fragilità in cui individui, famiglie, minori, gruppi, istituzioni, università e Terzo settore, facciano emergere la sua rilevanza sociale e le relative ricadute, nell’ottica di una sostenibilità economica, ambientale e sociale?

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“Caregiver che conciliano” è un Quaderno che nasce da alcune questioni: in che modo ridefinire i termini della cura, per massimizzare il benessere e la salute di tutte le persone e le organizzazioni coinvolte? Come mettere sempre di più al centro di questi termini la figura del caregiver nell’ambito della conciliazione famiglia-lavoro?
Oggi viviamo in una società chiamata a prendersi sempre di più cura dei soggetti più fragili, senza avere un sostegno riservato a chi è chiamato a prendersi cura dell’altro: nel contesto dell’individualismo, una società della prestazione che porta sempre più il soggetto a focalizzare tutte le proprie energie in ambito lavorativo; nel rapporto tra sfera privata e lavorativa, la sempre maggiore difficoltà nel restituire ad ogni prospettiva la propria centralità e identità; nel contesto sociale, un aumento della vita media che ci mette sempre più di fronte da una parte ad una mancanza di autonomia di crescita e dall’altra all’inverno demografico.
Questo sollecita una partecipazione sempre più sociale, culturale e politica, che metta a fuoco quali possano essere i modelli epistemologici nuovi e le best practices all’interno delle organizzazioni da porre in dialogo su più fronti nella ricerca di traguardi comuni.
A partire da queste premesse, nella parte delle Riflessioni la prospettiva del caregiver è analizzata nell’ambito giuridico, sociologico-filosofico, economico-organizzativo e sanitario.
Nella parte delle Esperienze viene data voce ad aziende, mondo della consulenza e del Terzo settore.
Allo stato attuale, manca una narrativa della cura, con un suo proprio vocabolario, che restituisca il reale senso e gli aspetti concreti delle dinamiche che ci troviamo ad affrontare.
Se l’ambito di cura non può mai prescindere dalla relazione – e quindi, per non essere snaturato, non può mai essere totalmente delegabile –, come rifondare una cultura di sostegno alla fragilità in cui individui, famiglie, minori, gruppi, istituzioni, università e Terzo settore, facciano emergere la sua rilevanza sociale e le relative ricadute, nell’ottica di una sostenibilità economica, ambientale e sociale?

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Oggi viviamo in una società chiamata a prendersi sempre di più cura dei soggetti più fragili, senza avere un sostegno riservato a chi è chiamato a prendersi cura dell’altro: nel contesto dell’individualismo, una società della prestazione che porta sempre più il soggetto a focalizzare tutte le proprie energie in ambito lavorativo; nel rapporto tra sfera privata e lavorativa, la sempre maggiore difficoltà nel restituire ad ogni prospettiva la propria centralità e identità; nel contesto sociale, un aumento della vita media che ci mette sempre più di fronte da una parte ad una mancanza di autonomia di crescita e dall’altra all’inverno demografico.
Questo sollecita una partecipazione sempre più sociale, culturale e politica, che metta a fuoco quali possano essere i modelli epistemologici nuovi e le best practices all’interno delle organizzazioni da porre in dialogo su più fronti nella ricerca di traguardi comuni.
A partire da queste premesse, nella parte delle Riflessioni la prospettiva del caregiver è analizzata nell’ambito giuridico, sociologico-filosofico, economico-organizzativo e sanitario.
Nella parte delle Esperienze viene data voce ad aziende, mondo della consulenza e del Terzo settore.
Allo stato attuale, manca una narrativa della cura, con un suo proprio vocabolario, che restituisca il reale senso e gli aspetti concreti delle dinamiche che ci troviamo ad affrontare.
Se l’ambito di cura non può mai prescindere dalla relazione – e quindi, per non essere snaturato, non può mai essere totalmente delegabile –, come rifondare una cultura di sostegno alla fragilità in cui individui, famiglie, minori, gruppi, istituzioni, università e Terzo settore, facciano emergere la sua rilevanza sociale e le relative ricadute, nell’ottica di una sostenibilità economica, ambientale e sociale?

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Oggi viviamo in una società chiamata a prendersi sempre di più cura dei soggetti più fragili, senza avere un sostegno riservato a chi è chiamato a prendersi cura dell’altro: nel contesto dell’individualismo, una società della prestazione che porta sempre più il soggetto a focalizzare tutte le proprie energie in ambito lavorativo; nel rapporto tra sfera privata e lavorativa, la sempre maggiore difficoltà nel restituire ad ogni prospettiva la propria centralità e identità; nel contesto sociale, un aumento della vita media che ci mette sempre più di fronte da una parte ad una mancanza di autonomia di crescita e dall’altra all’inverno demografico.
Questo sollecita una partecipazione sempre più sociale, culturale e politica, che metta a fuoco quali possano essere i modelli epistemologici nuovi e le best practices all’interno delle organizzazioni da porre in dialogo su più fronti nella ricerca di traguardi comuni.
A partire da queste premesse, nella parte delle Riflessioni la prospettiva del caregiver è analizzata nell’ambito giuridico, sociologico-filosofico, economico-organizzativo e sanitario.
Nella parte delle Esperienze viene data voce ad aziende, mondo della consulenza e del Terzo settore.
Allo stato attuale, manca una narrativa della cura, con un suo proprio vocabolario, che restituisca il reale senso e gli aspetti concreti delle dinamiche che ci troviamo ad affrontare.
Se l’ambito di cura non può mai prescindere dalla relazione – e quindi, per non essere snaturato, non può mai essere totalmente delegabile –, come rifondare una cultura di sostegno alla fragilità in cui individui, famiglie, minori, gruppi, istituzioni, università e Terzo settore, facciano emergere la sua rilevanza sociale e le relative ricadute, nell’ottica di una sostenibilità economica, ambientale e sociale?

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Oggi viviamo in una società chiamata a prendersi sempre di più cura dei soggetti più fragili, senza avere un sostegno riservato a chi è chiamato a prendersi cura dell’altro: nel contesto dell’individualismo, una società della prestazione che porta sempre più il soggetto a focalizzare tutte le proprie energie in ambito lavorativo; nel rapporto tra sfera privata e lavorativa, la sempre maggiore difficoltà nel restituire ad ogni prospettiva la propria centralità e identità; nel contesto sociale, un aumento della vita media che ci mette sempre più di fronte da una parte ad una mancanza di autonomia di crescita e dall’altra all’inverno demografico.
Questo sollecita una partecipazione sempre più sociale, culturale e politica, che metta a fuoco quali possano essere i modelli epistemologici nuovi e le best practices all’interno delle organizzazioni da porre in dialogo su più fronti nella ricerca di traguardi comuni.
A partire da queste premesse, nella parte delle Riflessioni la prospettiva del caregiver è analizzata nell’ambito giuridico, sociologico-filosofico, economico-organizzativo e sanitario.
Nella parte delle Esperienze viene data voce ad aziende, mondo della consulenza e del Terzo settore.
Allo stato attuale, manca una narrativa della cura, con un suo proprio vocabolario, che restituisca il reale senso e gli aspetti concreti delle dinamiche che ci troviamo ad affrontare.
Se l’ambito di cura non può mai prescindere dalla relazione – e quindi, per non essere snaturato, non può mai essere totalmente delegabile –, come rifondare una cultura di sostegno alla fragilità in cui individui, famiglie, minori, gruppi, istituzioni, università e Terzo settore, facciano emergere la sua rilevanza sociale e le relative ricadute, nell’ottica di una sostenibilità economica, ambientale e sociale?

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Oggi viviamo in una società chiamata a prendersi sempre di più cura dei soggetti più fragili, senza avere un sostegno riservato a chi è chiamato a prendersi cura dell’altro: nel contesto dell’individualismo, una società della prestazione che porta sempre più il soggetto a focalizzare tutte le proprie energie in ambito lavorativo; nel rapporto tra sfera privata e lavorativa, la sempre maggiore difficoltà nel restituire ad ogni prospettiva la propria centralità e identità; nel contesto sociale, un aumento della vita media che ci mette sempre più di fronte da una parte ad una mancanza di autonomia di crescita e dall’altra all’inverno demografico.
Questo sollecita una partecipazione sempre più sociale, culturale e politica, che metta a fuoco quali possano essere i modelli epistemologici nuovi e le best practices all’interno delle organizzazioni da porre in dialogo su più fronti nella ricerca di traguardi comuni.
A partire da queste premesse, nella parte delle Riflessioni la prospettiva del caregiver è analizzata nell’ambito giuridico, sociologico-filosofico, economico-organizzativo e sanitario.
Nella parte delle Esperienze viene data voce ad aziende, mondo della consulenza e del Terzo settore.
Allo stato attuale, manca una narrativa della cura, con un suo proprio vocabolario, che restituisca il reale senso e gli aspetti concreti delle dinamiche che ci troviamo ad affrontare.
Se l’ambito di cura non può mai prescindere dalla relazione – e quindi, per non essere snaturato, non può mai essere totalmente delegabile –, come rifondare una cultura di sostegno alla fragilità in cui individui, famiglie, minori, gruppi, istituzioni, università e Terzo settore, facciano emergere la sua rilevanza sociale e le relative ricadute, nell’ottica di una sostenibilità economica, ambientale e sociale?

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Oggi viviamo in una società chiamata a prendersi sempre di più cura dei soggetti più fragili, senza avere un sostegno riservato a chi è chiamato a prendersi cura dell’altro: nel contesto dell’individualismo, una società della prestazione che porta sempre più il soggetto a focalizzare tutte le proprie energie in ambito lavorativo; nel rapporto tra sfera privata e lavorativa, la sempre maggiore difficoltà nel restituire ad ogni prospettiva la propria centralità e identità; nel contesto sociale, un aumento della vita media che ci mette sempre più di fronte da una parte ad una mancanza di autonomia di crescita e dall’altra all’inverno demografico.
Questo sollecita una partecipazione sempre più sociale, culturale e politica, che metta a fuoco quali possano essere i modelli epistemologici nuovi e le best practices all’interno delle organizzazioni da porre in dialogo su più fronti nella ricerca di traguardi comuni.
A partire da queste premesse, nella parte delle Riflessioni la prospettiva del caregiver è analizzata nell’ambito giuridico, sociologico-filosofico, economico-organizzativo e sanitario.
Nella parte delle Esperienze viene data voce ad aziende, mondo della consulenza e del Terzo settore.
Allo stato attuale, manca una narrativa della cura, con un suo proprio vocabolario, che restituisca il reale senso e gli aspetti concreti delle dinamiche che ci troviamo ad affrontare.
Se l’ambito di cura non può mai prescindere dalla relazione – e quindi, per non essere snaturato, non può mai essere totalmente delegabile –, come rifondare una cultura di sostegno alla fragilità in cui individui, famiglie, minori, gruppi, istituzioni, università e Terzo settore, facciano emergere la sua rilevanza sociale e le relative ricadute, nell’ottica di una sostenibilità economica, ambientale e sociale?

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Oggi viviamo in una società chiamata a prendersi sempre di più cura dei soggetti più fragili, senza avere un sostegno riservato a chi è chiamato a prendersi cura dell’altro: nel contesto dell’individualismo, una società della prestazione che porta sempre più il soggetto a focalizzare tutte le proprie energie in ambito lavorativo; nel rapporto tra sfera privata e lavorativa, la sempre maggiore difficoltà nel restituire ad ogni prospettiva la propria centralità e identità; nel contesto sociale, un aumento della vita media che ci mette sempre più di fronte da una parte ad una mancanza di autonomia di crescita e dall’altra all’inverno demografico.
Questo sollecita una partecipazione sempre più sociale, culturale e politica, che metta a fuoco quali possano essere i modelli epistemologici nuovi e le best practices all’interno delle organizzazioni da porre in dialogo su più fronti nella ricerca di traguardi comuni.
A partire da queste premesse, nella parte delle Riflessioni la prospettiva del caregiver è analizzata nell’ambito giuridico, sociologico-filosofico, economico-organizzativo e sanitario.
Nella parte delle Esperienze viene data voce ad aziende, mondo della consulenza e del Terzo settore.
Allo stato attuale, manca una narrativa della cura, con un suo proprio vocabolario, che restituisca il reale senso e gli aspetti concreti delle dinamiche che ci troviamo ad affrontare.
Se l’ambito di cura non può mai prescindere dalla relazione – e quindi, per non essere snaturato, non può mai essere totalmente delegabile –, come rifondare una cultura di sostegno alla fragilità in cui individui, famiglie, minori, gruppi, istituzioni, università e Terzo settore, facciano emergere la sua rilevanza sociale e le relative ricadute, nell’ottica di una sostenibilità economica, ambientale e sociale?

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