Intervista a Mirko Montuori a cura di Sonia Vazzano
Le opinioni espresse in questa pubblicazione sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni dell’Organizzazione delle Nazioni Unite o delle sue organizzazioni affiliate. Le denominazioni utilizzate non implicano l’espressione di alcuna opinione da parte delle Nazioni Unite o delle sue organizzazioni affiliate in merito allo status giuridico o di sviluppo di qualsiasi paese, territorio, città o area o delle sue autorità, o in merito alla delimitazione delle sue frontiere o confini.
Promuovere la pace, la sicurezza e lo sviluppo: com’è possibile in questo momento storico in cui stiamo vivendo ora?
Ottanta anni fa il mondo decise di voltare pagina rispetto agli orrori della seconda guerra mondiale fondando l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). La Carta di San Francisco del 1945 sancì l’impegno della comunità internazionale per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, la promozione di relazioni amichevoli tra le nazioni e la promozione dei diritti umani e del progresso sociale, sottolineando il ruolo centrale della stessa ONU per armonizzare le relazioni internazionali.
Nel mondo post-bipolare, in un contesto sempre più frammentato e paradossalmente più ostile al multilateralismo, si riscontra una certa difficoltà nel realizzare gli obiettivi onusiani in maniera universale ed efficace, e molti sono i conflitti in atto. Eppure, se l’ONU non ci fosse bisognerebbe inventarla: l’organizzazione rappresenta ancora il principale forum di negoziazione a livello internazionale; è un’organizzazione della conoscenza, con esperti in una miriade di settori che aiutano a forgiare le politiche nazionali; è presente in maniera capillare in quasi ogni Paese del mondo, per supportare la realizzazione delle politiche messe a punto in collaborazione con i governi.
A livello macro, ritengo che sia necessario insistere nella direzione dei principi di diritto internazionale, in particolare di diritto internazionale umanitario, per regolare e umanizzare le relazioni tra Stati. La pace, poi, nasce dalle relazioni personali, a partire dal rapporto con se stessi e le proprie famiglie. Mi pare che nel mondo contemporaneo l’umanità abbia guadagnato in benessere, salute e in alcuni casi in diritti, ma spesso abbia perso la capacità di ascoltare, di perdonare, di donarsi all’altro.
In che modo il riconoscimento del diritto all’esistenza dell’altro, della sua peculiarità e origine, facilita il dialogo nei percorsi di pace tra stati?
Ogni Stato sovrano in quanto tale deve possedere una popolazione stabile, un territorio definito, un governo effettivo e la capacità di entrare in relazione con altri Stati. Per quanto concerne il riconoscimento, criterio non strettamente necessario per la formazione di uno Stato, sono molti i casi di non riconoscimento o riconoscimento parziale, alcuni dei quali di stretta attualità. È chiaro che vi siano casi difformi, in cui i quattro criteri citati della Convenzione di Montevideo sui Diritti e Doveri degli Stati del 1933 entrano in gioco in maniera diversa. Tuttavia, quando uno Stato sia effettivamente sovrano, il fattore del riconoscimento può diventare un ostacolo alle relazioni amichevoli tra nazioni e potenzialmente alla pace e alla sicurezza internazionale.
Da amico, riconoscendoti, conoscendoti nuovamente o con occhi nuovi, ti offro la possibilità di riavviare un dialogo, di re-incontrarti; lo stesso può dirsi nelle relazioni tra Stati. Il riconoscimento è spesso il primo passo per instaurare relazioni diplomatiche, facilitando scambi e comprensione reciproca.
Come i principi sperimentati in famiglia, a scuola e a lavoro possono ispirare le relazioni tra stati?
Nonostante i dati relativi ai divorzi e alla demografia in Europa ci dicano altrimenti, credo che la famiglia (di origine o costruita) sia ancora la principale cellula della nostra società, il nucleo in cui nasciamo, cresciamo, prepariamo la nostra vita nel mondo e coltiviamo relazioni durature. Le relazioni all’interno delle famiglie e delle comunità, dove si formano tendenze all’aggressività o alla non violenza, diventano dunque fondamentali.
Allo stesso modo, il luogo di lavoro offre uno spazio per praticare la comprensione reciproca e la cooperazione. Riconoscendo a tutti il diritto-dovere di svolgere un’attività che contribuisca al progresso sociale, la Costituzione italiana riconosce la fondamentale importanza del lavoro nello sviluppo della persona e della società.
Già Freud riconosceva come i principi sperimentati in famiglia e al lavoro possano ispirare le relazioni tra Stati. Egli riteneva che la sua teoria psicanalitica potesse essere applicata alle relazioni internazionali considerando come l’inconscio, gli istinti e i conflitti irrisolti influenzano il comportamento di uno Stato. Molti altri psicologi e sociologi hanno indagato tale relazione tra micro e macro. Tra questi, Irvis Janis, studiando le dinamiche dei piccoli gruppi, sviluppò la teoria del pensiero di gruppo, ampiamente applicata al processo decisionale di politica estera. Secondo tale teoria, quando un gruppo decisionale altamente coeso evita la valutazione critica di punti di vista alternativi, ciò può portare ad azioni irrazionali e disumanizzanti contro i gruppi esterni. Nella disciplina delle Relazioni Internazionali, lo stesso Funzionalismo esamina come le istituzioni soddisfino i bisogni della società. Tali teorie implicano che la propria esperienza personale in famiglia, a scuola e al lavoro contribuisca in maniera decisiva ad ispirare la propria vita pubblica (in quanto cittadini, elettori, leader o membri di un gruppo organizzato).
In definitiva, praticare il rispetto e la cooperazione nelle nostre relazioni più strette contribuisce a costruire il tessuto sociale necessario per un mondo più giusto e pacifico. La pace, così, si configura non come un concetto astratto, ma un impegno profondamente personale, costruito nei propri contesti familiari e lavorativi.
Nel suo lavoro, come porta avanti la risoluzione dei conflitti nel raggiungimento del bene comune? Qual è il ruolo specifico che la comunicazione ha in questo contesto?
Da quasi tre anni lavoro come funzionario nel settore della comunicazione per l’amministrazione del Fondo Pensione dell’ONU a New York, dopo quasi undici anni trascorsi in un ruolo simile alla FAO a Roma. Nel mio come in tutti i lavori ritengo che il ruolo del comunicatore sia fondamentale per informare, coinvolgere, ma soprattutto ascoltare: come amo ripetere, Dio ci ha creati con due orecchie e una bocca per ascoltare il doppio di quanto parliamo. Senza la capacità di ascoltare, conoscere le istanze dell’altro, per immedesimarsi nella sua situazione non vi è vera comunicazione, ma prevaricazione. È chiaro, poi, che dopo aver ascoltato un leader debba avere una capacità di sintesi in linea con i valori dell’organizzazione e con il proprio pensiero critico.
Nel mio piccolo, in situazioni potenzialmente o apertamente conflittuali ho imparato a confrontarmi in una relazione duale con la persona in conflitto, sempre esplicitando il mio pensiero con chiarezza dopo averne raccolto le istanze. Nel contesto lavorativo multiculturale per eccellenza, poi, la capacità di ascoltare e comunicare va accompagnata a una sensibilità culturale molto marcata, che sappia riconoscere e arricchirsi nelle differenze, avendo come riferimento i valori onusiani di inclusione, integrità, umiltà e umanità.
In che modo coltivare la cultura della pace rappresenta un modo per lavorare sulle relazioni? Quali caratteristiche necessita questo impegno e che valori possono guidare un tale processo?
Prima di iniziare la mia carriera come funzionario internazionale ho avuto l’occasione di lavorare per Mayors for Peace, un’organizzazione che coinvolge migliaia di sindaci da tutto il mondo in una campagna globale per il disarmo nucleare. A capo dell’organizzazione vi sono i sindaci di Hiroshima e Nagasaki, cittadine giapponesi devastate dalle bombe atomiche al termine della seconda guerra mondiale, ed un ruolo di leadership in Europa è assegnato al sindaco di Ypres, cittadina delle Fiandre, nei cui campi vennero utilizzate armi chimiche – l’iprite – per la prima volta nel corso della prima guerra mondiale.
Tra i principali sostenitori e testimoni dell’organizzazione vi sono gli hibakusha, i giapponesi sopravvissuti all’atomica. La loro risposta a una delle più grandi tragedie della storia mi ha segnato profondamente: alla guerra hanno preferito la pace, sostituendo all’odio l’amore e la speranza. Persone anziane segnate dalle ferite corporee e spirituali, ma con una forza interiore e una dignità insuperabili. Persone che hanno scelto di utilizzare la propria sofferenza come monito alle future generazioni. Il loro unico scopo: educare alla pace ricordando al mondo l’atrocità della più terribile arma costruita dall’umanità affinché non venga mai più utilizzata. Sono certo che a segnare l’approccio degli hibakusha sia stato l’elemento socio-culturale; ma altrettanta importanza, a mio avviso, ha avuto il processo di riconoscimento personale e collettivo del pericolo posto dalle armi nucleari per l’intera umanità. Un’operazione da cui ciascuno di noi può imparare, costruendo un sistema di valori che abbia come riferimento le regole del vivere civile a partire dai principi di bene comune e solidarietà. L’esempio degli hibakusha rimane un faro di speranza ed esempio di come sia possibile trarre lezioni positive anche dalle pagine più buie della storia.
Come vede il ruolo dell’istruzione nel contribuire al percorso di pace tra i popoli?
Nel corso della mia vita, a Salerno come a Milano, a Bruxelles come a Parigi, a Ginevra come a Washington e a Roma come a New York ho potuto sperimentare come spesso la non conoscenza dell’altro reca assenza di comprensione, diffidenza, timore e discriminazione. L’istruzione contribuisce a far conoscere e rispettare culture, religioni, lingue e tradizioni diverse, e a comprendere l’esistenza di bias che possono distorcere la nostra percezione del reale. Promuovendo il dialogo, la tolleranza e la risoluzione non violenta dei conflitti, l’istruzione contribuisce a formare quella scala di valori a livello micro necessaria per una pace sociale duratura.
Apprendere concetti relativi ai diritti umani, ai principi democratici e alla dignità umana permette la formazione di cittadini e futuri leader consapevoli e responsabili.
In definitiva, è fondamentale che la scuola aiuti a sviluppare competenze come l’empatia, la tolleranza e la comprensione interculturale, promuovendo la cittadinanza globale a tutti i livelli.
Conciliazione famiglia-lavoro e pace: alla luce della sua esperienza personale e professionale che cosa lega a suo avviso la cultura della famiglia e quella del lavoro con il tema della pace?
Non è un mistero che l’istituzione familiare, oggi, sia in difficoltà. Le cifre, soprattutto in Italia, sono impietose: vi sono sempre meno matrimoni, sempre più matrimoni falliscono, ogni coppia ha in media meno di due figli, sempre più persone – soprattutto giovani – decidono di emigrare. I paesi dell’entroterra si svuotano, le città perdono molti dei loro abitanti. Una crisi demografica e sociale che ha molte concause. Tra queste vi sono certamente l’aspetto economico e la difficoltà di conciliare famiglia e lavoro. Da marito e padre, non posso che riscontrare l’inconsistenza di politiche familiari che prevedano reali tutele e incentivi, la scarsa attenzione della maggior parte delle imprese alla maternità e paternità, la crisi di una rete sociale e familiare ormai disgregata. Per molti versi, dunque, la nostra società ha invalidato il patto sociale, abdicato alla promessa di crescita, e azzerato le prospettive di realizzazione professionale di una moltitudine di uomini e donne. Eppure, qualche segnale pare emergere soprattutto dalla società civile, da qualche impresa guidata da un genius loci, e da un numero di organizzazioni che si fanno promotrici di politiche per la famiglia e per il lavoro. Sono segnali da coltivare, promuovere, e imitare affinché abbiano un effetto moltiplicativo.
Nel mio contesto lavorativo ho la fortuna di lavorare con persone di estrazione e competenze molto diverse, ma accomunati da un quadro di valori e comportamenti ben definito. Lavorare insieme verso un obiettivo comune, nel mio caso la sicurezza finanziaria di coloro che hanno servito il mondo nel corso della loro carriera internazionale, fornisce una chiarezza di fondo e favorisce lo spirito di squadra necessario per realizzarsi professionalmente.
Pur con i nostri errori e le nostre contraddizioni, fare del proprio meglio in famiglia come al lavoro, amando gli altri come se stessi, è, in definitiva, lavorare per la pace.