1. Introduzione
Negli ultimi decenni, il tema della conciliazione tra vita professionale e familiare ha assunto una rilevanza cruciale. La crescente partecipazione delle donne al mercato del lavoro, la diffusione di famiglie a doppio reddito e i cambiamenti sociodemografici hanno reso sempre più urgente la necessità di bilanciare in modo sostenibile la vita lavorativa con quella familiare (Bianchi & Milkie, 2010; Moen & Yu, 2000). Questa trasformazione ha portato con sé nuove sfide per il benessere individuale e familiare, con particolare impatto sulle madri lavoratrici, spesso chiamate a gestire una condizione di “doppia presenza”. Tale condizione riflette anche la persistenza di ruoli di genere tradizionali, che attribuiscono alle donne la principale responsabilità delle attività di cura, accentuando così il conflitto tra sfera professionale e familiare.
La letteratura psicologica ha ampiamente studiato il conflitto famiglia-lavoro (work-family conflict), definendolo come una peculiare forma di conflitto di ruolo che emerge quando le richieste provenienti dall’ambito lavorativo e da quello familiare risultano incompatibili (Cavagnis et al., 2023; Greenhaus & Beutell, 1985).
Gli effetti negativi di tale tipologia di conflitto sono stati ampiamente documentati. Dal punto di vista psicologico, il conflitto famiglia-lavoro si associa frequentemente a stress, ansia, depressione e burnout (Allen et al., 2000; Mauno et al., 2006). Dal punto di vista fisico, si riscontrano correlazioni con disturbi del sonno, sintomi somatici e problematiche cardiovascolari (Geurts & Demerouti, 2003). Dal punto di vista organizzativo, il conflitto famiglia-lavoro riduce la soddisfazione lavorativa, aumenta l’assenteismo e la probabilità di turnover, compromettendo in modo significativo la performance lavorativa (Medina-Garrido et al., 2021). Dal punto di vista familiare, si osserva una diminuzione della soddisfazione genitoriale, una riduzione del tempo e della qualità delle interazioni con i figli, un aumento di conflitti con il partner e maggiori difficoltà nell’esercizio delle responsabilità genitoriali (Cooklin et al., 2015). Pertanto, gli effetti del conflitto famiglia-lavoro non rappresentano solo delle criticità individuali, ma incrinano quella trama relazionale che costituisce il tessuto fondamentale della famiglia, ostacolandone la possibilità di configurarsi come un luogo di pace, ascolto e cura.
La complessa conciliazione tra la vita professionale e familiare assume particolare rilevanza nel contesto italiano. Il nostro Paese è, infatti, caratterizzato da un sistema di welfare familista, che attribuisce gran parte delle responsabilità di cura alle famiglie (León et al., 2014; Naldini & Saraceno, 2008). In particolare, sono spesso le madri a farsi carico delle molteplici responsabilità di accudimento che il sistema famiglia implica. Non sorprende quindi che le madri lavoratrici siano esposte a livelli elevati di conflitto famiglia-lavoro (Loscalzo et al., 2019).
L’Italia presenta inoltre uno dei più bassi tassi di natalità in Europa, un dato che riflette anche la tendenza delle donne a posticipare la maternità fino al raggiungimento di una maggiore stabilità economica e professionale. I dati dell’Istituto Nazionale di Statistica (Istat, 2021) mostrano che la nascita di un figlio rappresenta spesso uno dei principali motivi di abbandono del lavoro da parte delle donne, anche a causa della presenza di scarse misure a sostegno della genitorialità.
Inoltre, molte madri appartengono alla cosiddetta generazione sandwich (Miller, 1981), un termine che identifica quella fascia di popolazione che si trova simultaneamente a prendersi cura di figli adolescenti e genitori anziani, assumendo il ruolo di caregiver anche nella famiglia d’origine. Queste molteplici responsabilità di cura rendono la conciliazione famiglia-lavoro particolarmente complessa, accentuando significativamente il rischio di conseguenze negative sul benessere delle donne (Gervais & Millear, 2024).
2. Oltre lo stress: la dimensione morale del conflitto famiglia-lavoro
Nonostante la vasta letteratura sul tema, i meccanismi psicologici attraverso cui il conflitto famiglia-lavoro produce effetti negativi sul benessere delle donne restano, in parte, inesplorati. La maggior parte degli studi, infatti, si è focalizzata su dimensioni emotive e comportamentali, mentre è stata meno considerata una dimensione più profonda e pervasiva: quella morale, intesa come l’insieme dei principi e dei valori che orientano le scelte e i comportamenti individuali.
Il concetto di distress morale (moral distress) descrive la sofferenza che emerge quando una persona riconosce l’azione moralmente giusta da compiere, ma si percepisce impossibilitata a realizzarla a causa di vincoli esterni (come regole organizzative) o interni (come limiti personali) (Epstein & Hamric, 2009). Quando tale condizione si cronicizza o si intensifica, può evolvere in una ferita morale (moral injury), ossia una condizione di sofferenza psicologica intensa derivante dall’aver agito in contrasto, o dall’aver omesso di agire in accordo, con i propri valori fondamentali (Shay, 2014).
Il distress morale si distingue da concetti affini come il burnout: mentre quest’ultimo descrive principalmente una persistente sofferenza emotiva e lavorativa, la ferita morale coglie la dimensione etica della sofferenza, legata alla percezione di non aver agito coerentemente con i propri valori (Dean et al., 2019). Trasferire questo costrutto al contesto del conflitto famiglia-lavoro consente di cogliere un aspetto spesso sottovalutato: per molte madri lavoratrici non si tratta solo di fatica o stress, ma della percezione di non riuscire a ricoprire adeguatamente né il ruolo di “buona madre” né quello di “professionista affidabile” (Borelli et al., 2017). Tale vissuto risulta particolarmente intenso nelle donne che hanno interiorizzato ruoli di genere tradizionali, secondo cui la cura familiare rappresenta una responsabilità primaria.
Questa condizione compromette quel senso di pace interiore che costituisce un prerequisito fondamentale per costruire relazioni autentiche e generative, sia in famiglia sia nel contesto lavorativo.
3. La ferita morale sperimentata dalle madri lavoratrici italiane: dati preliminari
Nonostante il distress morale possa essere un vissuto importante per riuscire a comprendere pienamente gli effetti negativi del conflitto famiglia-lavoro sul benessere, finora è stato raramente studiato in relazione a tale forma di conflitto. Per colmare questa lacuna, il nostro gruppo di ricerca ha avviato negli ultimi anni una serie di studi che offrono una prospettiva innovativa del conflitto famiglia-lavoro, trascendendone la visione tradizionale come mero problema di gestione del tempo e delle risorse. Sebbene le ricerche siano tuttora in corso, tre studi preliminari condotti su madri lavoratrici italiane offrono risultati interessanti.
Il primo studio (Cavagnis et al., under review) ha coinvolto 285 madri lavoratrici italiane appartenenti a due gruppi distinti: madri con almeno un figlio in età prescolare (dagli zero fino ai cinque anni, N=160) e madri appartenenti alla generazione sandwich (N=125). Le partecipanti hanno completato un questionario volto a misurare il conflitto famiglia-lavoro, la ferita morale e la resilienza morale.
I risultati hanno evidenziato un’associazione tra conflitto famiglia-lavoro e ferita morale: livelli più elevati di conflitto si accompagnavano a una maggiore sofferenza imputabile alla convinzione di aver violato i propri valori morali fondamentali. Inoltre, si è rivelato cruciale il ruolo della resilienza morale. Questa capacità, definita come l’abilità di mantenere integrità etica e flessibilità valoriale di fronte a situazioni moralmente complesse (Rushton, 2016), è emersa come un moderatore significativo della relazione tra conflitto famiglia-lavoro e ferita morale. Nello specifico, per le madri con livelli più elevati di resilienza morale, l’associazione tra conflitto e ferita morale risultava significativamente attenuata. Questo suggerisce che la resilienza morale rappresenta una risorsa importante, che consente di affrontare meglio la gestione del lavoro e delle responsabilità familiari. Il secondo studio (Cavagnis & Paleari, 2024) ha preso in esame il ruolo della ferita morale nella relazione tra conflitto famiglia-lavoro e sintomi post-traumatici da stress, senso di colpa e vergogna. Sono state coinvolte 271 madri lavoratrici italiane suddivise in due gruppi, coerentemente con il primo studio: madri di bambini in età prescolare (N=160) e madri appartenenti alla generazione sandwich (N=111).
I risultati hanno messo in luce un’associazione tra conflitto famiglia-lavoro e i tre indicatori di distress; inoltre, tale associazione era spiegata in larga parte dalla ferita morale. Nello specifico, tale tipologia di conflitto produce effetti negativi sul benessere anche, e forse soprattutto, perché genera una sofferenza di natura morale. Le madri che vivono intensamente il conflitto tra lavoro e famiglia percepiscono di aver tradito i propri valori fondamentali relativi alla maternità e alla dimensione lavorativa e questa percezione alimenta sentimenti di colpa, vergogna e sintomi di natura post-traumatica (Tangney et al., 2011). È importante sottolineare che questi pattern si sono rivelati sostanzialmente equivalenti nei due gruppi di madri considerati, suggerendo che i meccanismi psicologici sottostanti siano simili indipendentemente dalla specifica fase di vita o dalle responsabilità di cura.
Il terzo studio (Cavagnis & Paleari, 2025) ha adottato un approccio centrato sulla persona[1] per identificare gruppi distinti di madri lavoratrici sulla base dei loro livelli di conflitto famiglia-lavoro, distress morale, senso di colpa e ferita morale. Sono state coinvolte 476 madri lavoratrici italiane, sia con bambini in età prescolare (N=248), sia appartenenti alla generazione sandwich (N=228).
Dall’analisi dei dati sono emersi tre gruppi distinti:
1. Gruppo resiliente (14,3% del campione; 58 mamme): caratterizzato da bassi livelli su tutte le variabili considerate.
2. Gruppo a basso distress (45,2% del campione; 215 mamme): caratterizzato da livelli bassi di conflitto famiglia-lavoro, ferita morale e senso di colpa ma con livelli leggermente elevati di distress morale.
3. Gruppo ad alto distress (40,5% del campione; 193 mamme): caratterizzato da livelli elevati su tutte le variabili. Successivamente, i gruppi identificati sono stati confrontati nei loro livelli di benessere edonico ed eudemonico[2].
Le madri appartenenti al gruppo ad alto distress riportavano livelli significativamente più bassi sia di benessere edonico sia di benessere eudemonico rispetto agli altri due gruppi. Al contrario, i gruppi resiliente e a basso distress non differivano significativamente tra loro e mostravano sostanzialmente livelli elevati in entrambi i tipi di benessere. Questi risultati confermano che il conflitto famiglia-lavoro, quando si accompagna a distress morale e ferita morale, costituisce un serio fattore di rischio per il benessere psicologico. Tuttavia, emerge anche un dato incoraggiante: circa il 60% delle madri lavoratrici riesce a mantenere livelli soddisfacenti di benessere nonostante le sfide della conciliazione famiglia-lavoro, suggerendo l’esistenza di possibili risorse protettive tra cui, come evidenziato nel primo studio, la resilienza morale.
4. Ripensare il conflitto casa-lavoro in chiave morale
Complessivamente, i risultati dei tre studi evidenziano come il conflitto casa-lavoro non rappresenti solo una sfida organizzativa o gestionale, ma possa talvolta costituire un pericolo per l’integrità morale delle madri lavoratrici. Infatti, quando una madre percepisce di non poter dedicare tempo sufficiente ai figli a causa del lavoro, o di non riuscire a concentrarsi adeguatamente sul lavoro a causa delle preoccupazioni familiari[3], non sperimenta solo frustrazione o stanchezza. Vive anche la percezione di non essere all’altezza dei propri standard morali relativi all’essere una “buona madre” e una “professionista competente” (Borelli et al., 2017).
Tale lettura del fenomeno può aiutare a comprendere alcuni dati già noti in letteratura. Ad esempio, la riduzione della soddisfazione di vita e l’aumento di ansia e depressione nelle madri lavoratrici (Ford et al., 2007; Michel et al., 2009) possono essere in parte ricondotti a questo vissuto di incoerenza morale, oltre che a un mero sovraccarico di ruoli.
Un altro contributo rilevante della nostra ricerca riguarda l’identificazione di possibili fattori protettivi. La resilienza morale è emersa, infatti, come una risorsa psicologica cruciale, che consente ad alcune madri di affrontare il conflitto casa-lavoro senza sperimentare una discrepanza tra i propri principi morali e le proprie azioni. Tale risultato suggerisce che gli interventi di prevenzione e promozione del benessere non dovrebbero solamente limitarsi a ridurre le fonti di conflitto (pur rimanendo questo un obiettivo importante), ma dovrebbero anche mirare a rafforzare la capacità individuale di mantenere integrità etica e flessibilità valoriale di fronte a situazioni complesse.
I risultati del terzo studio rivelano inoltre un’importante eterogeneità nelle esperienze delle madri lavoratrici. Infatti, non tutte sperimentano il conflitto nello stesso modo: alcune mantengono livelli elevati di benessere, altre sperimentano moderati livelli di stress, altre ancora vivono una sofferenza intensa che compromette significativamente il benessere. Questa differenziazione sottolinea l’importanza di conoscere e riconoscere ogni madre nella sua specificità, nelle sue risorse e nelle sue vulnerabilità.
5. Implicazioni pratiche e prospettive future
Il riconoscimento del distress morale come meccanismo chiave nella relazione tra conflitto famiglia-lavoro e benessere apre importanti prospettive sia sul piano della ricerca sia su quello dell’intervento. Dal punto di vista teorico, i nostri risultati invitano a integrare la letteratura sulla conciliazione vita-lavoro con quella legata alla dimensione morale, collegando i concetti di ruolo, identità e valori in una cornice più ampia.
Dal punto di vista applicativo, i nostri risultati suggeriscono possibili interventi a diversi livelli. Sul piano organizzativo, le aziende potrebbero implementare politiche di conciliazione che non si limitino a offrire flessibilità oraria o modalità di lavoro ibrido, ma che promuovano una cultura organizzativa che legittimi e valorizzi le responsabilità di cura. Inoltre, percorsi di formazione sulla resilienza morale potrebbero aiutare le lavoratrici a sviluppare strategie per mantenere un’integrità morale di fronte a situazioni complesse.
Sul piano individuale, sarebbe importante promuovere una maggiore consapevolezza del distress morale, una difficoltà spesso sottaciuta e data per scontata. Diffonderne la conoscenza potrebbe aiutare le madri stesse a riconoscere e legittimare i propri vissuti emotivi, promuovendo una riflessione critica sugli standard morali interiorizzati e favorendo l’adozione di aspettative più realistiche.
Sul piano delle relazioni di coppia, un’attenzione specifica andrebbe riservata anche ai padri e alle dinamiche di equilibrio familiare, poiché il conflitto tra ruoli lavorativi e familiari può generare forme di distress morale e sentimenti di inadeguatezza anche nel partner. Promuovere interventi centrati sulla coppia potrebbe favorire una distribuzione più equa delle responsabilità di cura e una maggiore comprensione reciproca dei vissuti morali implicati.
Sul piano politico-sociale, infine, i nostri risultati puntano l’attenzione sulle caratteristiche del contesto italiano, dove il lavoro di cura grava quasi esclusivamente sulle famiglie, e in particolar modo, sulle donne. Le madri, infatti, non solo affrontano carichi eccessivi, ma rischiano di vivere tali difficoltà come fallimenti personali, interiorizzando problemi che hanno invece radici strutturali e sistemiche. Politiche di welfare più inclusive, servizi di cura accessibili ed economicamente sostenibili, e una cultura che riconosca il valore sociale del lavoro di cura rappresentano prerequisiti fondamentali per ridurre il conflitto casa-lavoro e le sue conseguenze sul benessere (Ireson et al., 2018). In un’ottica di giustizia sociale e di pari opportunità, è necessario riconoscere che il lavoro di cura non è solo una responsabilità privata, ma un bene comune che merita supporto e valorizzazione da parte dell’intera società.
6. Conclusioni
Riconoscere e studiare la dimensione morale del conflitto famiglia-lavoro non significa soltanto arricchire la teoria psicologica sul tema, ma anche restituire voce e dignità a esperienze spesso silenziose e invisibili, offrendo nuove chiavi interpretative per la ricerca e aprendo prospettive concrete di intervento. In un’epoca in cui la costruzione della pace, come sottolinea il volume in cui questo contributo si inserisce, passa anche attraverso la capacità di riconoscere l’altro, di valorizzare le relazioni e di promuovere giustizia sociale, prestare attenzione al benessere delle madri lavoratrici e alle dimensioni morali della loro esperienza rappresenta un passo importante verso una società più equa e più umana. Riconoscere il valore del lavoro di cura, troppo spesso dato per scontato, costituisce a sua volta un prezioso atto di pace sociale, poiché restituisce dignità a un impegno relazionale che sostiene il tessuto stesso della convivenza. Una società in cui la pace non è solo assenza di conflitto, ma presenza di condizioni che permettono a ciascuno di coltivare relazioni autentiche e di contribuire al bene comune a partire dalla propria specificità e dalle proprie risorse.
Note
[1] L’approccio centrato sulla persona è un metodo di analisi statistica che identifica sottogruppi omogenei di individui sulla base di configurazioni specifiche nelle variabili studiate. Questo metodo permette di individuare profili distinti di persone che condividono caratteristiche simili, rispettando la complessità e la diversità delle esperienze individuali.
[2] Il benessere edonico si riferisce alla dimensione del piacere e della soddisfazione di vita, mentre il benessere eudemonico riguarda la realizzazione personale e la ricerca di significato.
[3] Dai primi risultati emerge che, sia quando il lavoro interferisce con la vita familiare sia quando le responsabilità familiari limitano l’impegno lavorativo, le conseguenze sul piano morale tendono a essere simili.
Bibliografia
Allen, T. D., Herst, D. E., Bruck, C. S., & Sutton, M.
2000 Consequences associated with work-to-family conflict: A review and agenda for future research, in «Journal of Occupational Health Psychology», 5(2), pp. 278-308. https://doi.org/10.1037/1076-8998.5.2.278
Bianchi, S. M., & Milkie, M. A.
2010 Work and family research in the first decade of the 21st century, in «Journal of Marriage and Family», 72(3), pp. 705-725. https://doi.org/10.1111/j.1741-3737.2010.00726.x
Borelli, J. L., Nelson, S. K., River, L. M., Birken, S. A., & Moss-Racusin, C.
2017 Gender differences in work-family guilt in parents of young children, in «Sex Roles», 76(5), pp. 356-368. https://doi.org/10.1007/s11199-016-0579-0
Cavagnis, L., Russo, C., Danioni, F., & Barni, D.
2023 Promoting women’s well-being: A systematic review of protective factors for work–family conflict, in «International Journal of Environmental Research and Public Health», 20(21), p. 6992. https://doi.org/10.3390/ijerph20216992
Cavagnis, L., Fincham, F. D., Kröger, C., Barni, D., & Paleari, F. G.
Work-Family Conflict and Moral Injury Among Working Mothers: Is Moral Resilience a Protective Factor? Manuscript under review.
Cavagnis, L., & Paleari, F. G.
2024, September Can moral injury explain the negative effects of work-family conflict on psychological well-being? A cross-sectional study on Italian working mothers [Conference presentation]. XX Congress of the Italian Association of Psychology, Turin, Italy.
Cavagnis, L., & Paleari, F. G.
2025, September Work-family conflict and moral distress: Associations with hedonic and eudaimonic well-being through a person-centred approach [Conference presentation]. XIX Congress of the Italian Association of Psychology, Bergamo, Italy.
Cooklin, A. R., Westrupp, E., Strazdins, L., Giallo, R., Martin, A., & Nicholson, J. M.
2015 Mothers’ work-family conflict and enrichment: Associations with parenting quality and couple relationship, in «Child: Care, Health and Development», 41(2), pp. 266-277. https://doi.org/10.1111/cch.12137
Dean, W., Talbot, S., & Dean, A.
2019 Reframing clinician distress: Moral injury not burnout, in «Federal Practitioner», 36(9), pp. 400-402.
Epstein, E. G., & Hamric, A. B.
2009 Moral distress, moral residue, and the crescendo effect, in «The Journal of Clinical Ethics», 20(4), pp. 330-342. https://doi.org/10.1086/JCE200920406
Gervais, R., & Millear, P.
2024 Women’s caring responsibilities as they age: Assessing the Sandwich Generation’s satisfaction with life and well-being, in «Community, Work & Family», pp. 1-22. https://doi.org/10.1080/13668803.2024.2364093
Geurts, S. A., & Demerouti, E.
2003 «Work/non-work interface: A review of theories and findings», in M. J. Schabracq, J. A. M. Winnubst, & C. L. Cooper (Eds.), The handbook of work and health psychology (2nd ed.), Wiley, pp. 279-312.
Greenhaus, J. H., & Beutell, N. J.
1985 Sources of conflict between work and family roles, in «Academy of Management Review», 10(1), pp. 76-88. https://doi.org/10.2307/258214
Ireson, R., Sethi, B., & Williams, A.
2018 Availability of caregiver-friendly workplace policies (CFWPs): An international scoping review, in «Health & Social Care in the Community», 26(1), pp. e1-e14. https://doi.org/10.1111/hsc.12347
Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT)
2021 Livelli di istruzione e ritorni occupazionali: Anno 2021. https://www.istat.it/it/files/2022/10/Livelli-di-istruzione-e-ritorni-occupazionali-anno-2021.pdf.
León, M., Pavolini, E., & Rostgaard, T.
2014 «Cross-national variations in care and care as a labour market», in The transformation of care in European societies, Palgrave Macmillan UK, pp. 34-61.
Loscalzo, Y., Raffagnino, R., Gonnelli, C., & Giannini, M.
2019 Work–family conflict scale: Psychometric properties of the Italian version, in «Sage Open» 9(3). https://doi.org/10.1177/2158244019861495
Mauno, S., Kinnunen, U., & Ruokolainen, M.
2006 Exploring work-and organization-based resources as moderators between work-family conflict, well-being, and job attitudes, in «Work & Stress», 20(3), pp. 210-233. https://doi.org/10.1080/02678370600999969
Medina-Garrido, J. A., Biedma-Ferrer, J. M., & Rodríguez-Cornejo, M. V.
2021 I quit! Effects of work-family policies on the turnover intention, in «International Journal of Environmental Research and Public Health», 18(4), p. 1893. https://doi.org/10.3390/ijerph18041893
Medina-Garrido, J. A., Biedma-Ferrer, J. M., & Rodríguez-Cornejo, M. V.
2021 I quit! Effects of work-family policies on the turnover intention, in «International Journal of Environmental Research and Public Health», 18(4), p. 1893. https://doi.org/10.3390/ijerph18041893
Michel, J. S., Mitchelson, J. K., Kotrba, L. M., LeBreton, J. M., & Baltes, B. B.
2009 A comparative test of work-family conflict models and critical examination of work-family linkages, in «Journal of Vocational Behavior», 74(2),pp. 199-218. https://doi.org/10.1016/j.jvb.2008.12.005
Miller, D. A.
1981 The ‘sandwich’ generation: Adult children of the aging, in «Social Work», 26(5), pp. 419-423. https://doi.org/10.1093/sw/26.5.419
Moen, P., & Yu, Y.
2000 Effective work/life strategies: Working couples, work conditions, gender, and life quality, in «Social Problems», 47(3), pp. 291-326. https://doi.org/10.2307/3097233
Naldini, M., & Saraceno, C.
2008 Social and family policies in Italy: Not totally frozen but far from structural reforms, in «Social Policy & Administration», 42(7), pp. 733-748. https://doi.org/10.1111/j.1467-9515.2008.00635.x
Rushton, C. H.
2016 Moral resilience: A capacity for navigating moral distress in critical care, in «AACN Advanced Critical Care», 27(1), pp. 111-119. https://doi.org/10.4037/aacnacc2016275
Shay, J.
2014 Moral injury, in «Psychoanalytic Psychology», 31(2), pp. 182-191. https://doi.org/10.1037/a0036090
Tangney, J. P., Stuewig, J., & Hafez, L.
2011 Shame, guilt, and remorse: Implications for offender populations, in «The Journal of Forensic Psychiatry & Psychology», 22(5), pp. 706-723. https://doi.org/10.1080/14789949.2011.617541