Giacomo
La nostra epoca è segnata da una crescente instabilità geopolitica: conflitti armati che si riaccendono in Europa e Medio Oriente, tensioni commerciali e tecnologiche tra grandi potenze, crisi migratorie e ambientali che mettono a dura prova la capacità degli Stati di cooperare. In questo scenario, la parola pace sembra tornare ad essere fragile, quasi un bene raro, rischia di apparire come un obiettivo distante, affidato esclusivamente alla diplomazia internazionale. Eppure, se osserviamo con attenzione, scopriamo che i semi della pace non nascono soltanto nei palazzi della diplomazia, ma germogliano nelle relazioni quotidiane: nelle famiglie e nelle organizzazioni di lavoro.
Tiziana
Era la fine degli anni Novanta quando, giovane manager fuori sede, passavo gran parte delle mie giornate in un palazzo di periferia dietro finestre oscurate, che filtravano il sole forse per ingannare la percezione delle ore infinite passate davanti ai computer. Quei PC Erano enormi monoliti, grigi o giallognoli occupavano mezza scrivania. Eppure, erano meno “ingombranti” degli schermi tascabili di oggi, che non ci abbandonano mai. Lì, tra quelle scrivanie, tra faldoni e fogli Excel, insieme a tanti giovani speranzosi come me, ho iniziato a lavorare e a sentirmi parte di qualcosa di grande. Quel “qualcosa” era la comunità che lavora, che opera, che produce e che costruisce relazioni. Che in qualche misura “fa” il futuro.
Con il lavoro possiamo fare grandi cose. Oggi, forse, in un mondo in cui deleghiamo sempre di più all’Intelligenza Artificiale attività e compiti, sempre più siamo indotti a pensare che a noi compete il giudizio su come impostare le deleghe all’AI, ma per questo, dobbiamo coltivare la cura per le relazioni umane, senza le quali non potremo rendere la società tecnologica una vera civiltà.
Giacomo
Il riconoscimento del valore intrinseco dell’altro è la condizione fondamentale per costruire relazioni autentiche. Senza questo riconoscimento, la convivenza si riduce a mera tolleranza o a fragile equilibrio di interessi. Con esso, invece, si apre la possibilità di una cooperazione generativa, capace di trasformare i conflitti in occasioni di crescita.
La famiglia è il primo luogo in cui si impara a rispettare l’altro, a conciliare bisogni diversi, a gestire tensioni senza annullare la dignità di ciascuno. L’impresa, a sua volta, può diventare laboratorio di pace quando promuove relazioni di fiducia e di collaborazione, valorizzando la persona oltre il ruolo funzionale.
Non si tratta di concetti astratti: la capacità di conciliare vita familiare e lavoro, di dare spazio al benessere delle persone, di costruire alleanze tra attori diversi, è la stessa che può orientare i percorsi di pace anche a livello internazionale.
Tiziana
C’è un legame profondo che unisce il lavoro di ognuno di noi alla persona nella sua interezza: siamo tutti legati tra di noi da un filo di giustizia, seppur fragile e debole, che ci consente, in qualche modo, di avere un posto nel mondo. Con il passare degli anni ho anche capito con i miei sbagli di manager e di donna, presa dal vortice della quotidianità, che il lavoro, da solo, non può essere tutto e non deve essere il fine. Ho compreso che sul lavoro puoi far uscire la versione migliore di te, ma anche quella peggiore. Possiamo scegliere, ogni giorno con le nostre azioni, la donna e l’uomo che vogliamo essere e che saremo e questa scelta plasmerà necessariamente anche la nostra famiglia, le nostre amicizie e la società tutta.
Tuttavia, per capire cosa significhi davvero “conciliazione”, devo fare un passo indietro e tornare con la memoria a quindici anni fa, quando io e mio marito faticavamo a incastrare persino la visita dal pediatra, per nostro figlio neonato. Ricordo che più di una sera, vinta dai sensi di colpa e dalla stanchezza, sono crollata a dormire direttamente sul pavimento freddo, accanto alla sua culla. In quel momento, nel silenzio di quella stanza, ho realizzato che non c’era né giustizia nei nostri orari, né pace nel nostro vivere. Per questo ora so che la pace, quella vera, inizia dal basso. Inizia quando le persone non sono costrette a vivere in perenne riserva di energia. Su quel pavimento freddo ho compreso che la mancanza di conciliazione non è solo un problema organizzativo, ma una forma di disordine che toglie serenità.
La vera sfida è trasformare quel disordine in un sistema sostenibile.
Giacomo
Questi microcosmi – la famiglia e l’azienda – non sono separati dal destino dei popoli. Al contrario, ne costituiscono il fondamento. Educare alla pace nelle relazioni quotidiane significa preparare cittadini e comunità capaci di costruire ponti anche tra Stati. Una società che educa alla conciliazione e al rispetto dell’altro nelle relazioni quotidiane è più capace di costruire percorsi di pace anche a livello internazionale. È questo il filo rosso che attraversa i contributi raccolti nel Quaderno: la pace non è un concetto astratto, ma un processo che si radica nella vita concreta delle persone e delle comunità.
Tiziana
Il lavoro non può essere considerato solo prestazione contrattuale, ma è luogo di relazioni, di incontro con gli altri, di costruzione di senso. Quando un’azienda sostiene l’equilibrio tra lavoro e famiglia, non offre solo un beneficio pratico, riconosce la dignità integrale della persona e contribuisce a costruire quella pace che nasce dal rispetto delle relazioni fondamentali.
D’altro canto, quando una persona non riesce a conciliare lavoro e famiglia, non affronta semplicemente un problema di gestione del tempo, vive un conflitto profondo che tocca dimensioni diverse della vita e mina la pace a più livelli: la pace personale, perché si sente costantemente divisa tra doveri inconciliabili; la pace familiare e relazionale, perché manca il tempo per stare insieme e coltivare le relazioni; la pace in azienda, perché il malessere personale si riflette sul clima di lavoro e persino la pace sociale, perché questa tensione alimenta disuguaglianze, povertà e crisi demografica. Dobbiamo allora avere il coraggio di riconoscere che la geopolitica non si gioca solo sulle mappe internazionali, ma inizia dalla tenuta delle nostre comunità: non si può esportare pace nel mondo se le cellule fondamentali della società sono logorate da una guerra quotidiana con il tempo.
La conciliazione famiglia-lavoro trascende la semplice dimensione tecnica o contrattuale. È la precondizione necessaria per un benessere che, per essere tale, deve diventare strutturale e condiviso.
I contributi del Quaderno
Tiziana
I contributi raccolti nel presente Quaderno declinano questa urgenza attraverso diverse lenti: dall’analisi teorica del nesso tra pace e tempi di vita, ai dati sulla fatica invisibile della genitorialità, fino alle esperienze di quelle realtà produttive che hanno saputo trasformare la cura in una risorsa strategica. Ciò che emerge con nettezza è che la pace sociale non può essere solamente il frutto spontaneo di interventi isolati, ma scaturisce da un’architettura consapevole che lega in un patto comune istituzioni, imprese, organizzazioni della società civile e famiglie.
Giacomo
Il saggio di Lucrezia Cavagnis (psicologa, assegnista di ricerca in Psicologia Sociale all’Università degli Studi di Bergamo e dottoranda in Psicologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano) e Francesca Giorgia Paleari(professoressa Associata di Psicologia Sociale all’Università degli Studi di Bergamo) apre la sezione con un’analisi innovativa del conflitto famiglia-lavoro. Le autrici mostrano come, per le madri lavoratrici, la difficoltà non sia solo organizzativa o emotiva, ma morale: la percezione di non riuscire a vivere coerentemente i propri valori di cura e di professionalità. La resilienza morale emerge come risorsa fondamentale per trasformare questa sofferenza in capacità di conciliazione. Qui il riconoscimento dell’altro – dei figli, del partner, dei colleghi – diventa la chiave per ritrovare pace interiore e relazioni più autentiche.
Francesco Varanini (scrittore, consulente, formatore, ricercatore, operatore culturale) riflette invece sul ruolo delle organizzazioni come luoghi di pace. La pace non coincide con l’assenza di conflitti, ma con la capacità di gestirli in modo costruttivo, attraverso ascolto e rispetto reciproco. Le aziende, se fondate su relazioni di fiducia, possono diventare modelli di convivenza che ispirano la società civile e persino le istituzioni politiche.
Il contributo di Valerio Vasale (avvocato) affronta il tema della separazione familiare e delle sue ricadute sul rapporto tra vita privata e lavoro. La rottura dei legami influisce sulla stabilità economica e psicologica, ma la conciliazione può diventare strumento di resilienza, capace di ridare valore alle relazioni e di prevenire l’isolamento. Anche qui, il riconoscimento dell’altro – nonostante la frattura – è condizione per ricostruire percorsi di pace.
La sezione delle Esperienze si apre con l’intervista a Costanza Marzotto (psicologa, socio fondatore della SIMeF, Società italiana dei mediatori familiari e membro del board scientifico e responsabile per la formazione del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica di Milano) e Matteo Moscatelli (ricercatore a tempo determinato presso la Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano), che sottolineano il ruolo educativo della famiglia come primo luogo di apprendimento della pace. La conciliazione non è solo equilibrio di tempi, ma processo di educazione reciproca che prepara cittadini capaci di costruire relazioni pacificate anche nella società.
Segue l’intervista a Stefania Bertolini (direttrice dell’ISVI) e Vittorio Coda (Università Bocconi e presidente dell’ISVI), che presenta il progetto dell’ISVI. Qui emerge il valore della responsabilità sociale d’impresa: la pace nelle relazioni aziendali diventa fondamento di un lavoro che ha senso. L’impresa, riconoscendo il valore intrinseco delle persone, contribuisce a costruire un tessuto sociale più coeso e giusto.
Infine, l’intervista a Mirko Montuori (funzionario per l’informazione pubblica per il Fondo Pensioni Congiunto delle Nazioni Unite a New York) illustra l’impegno dell’ONU nel collegare pace, sicurezza e sviluppo sostenibile. Anche a livello internazionale, la pace nasce dal riconoscimento dell’altro e dalla capacità di costruire alleanze. Le dinamiche familiari e aziendali diventano metafora e modello di ciò che può avvenire tra Stati: la conciliazione quotidiana diventa paradigma politico.
Conclusione
Tiziana
Lo scopo di queste pagine è andare oltre l’analisi, fornendo spunti utili per un cambiamento reale. L’ambizione è favorire un ambiente in cui i risultati aziendali ed i bisogni delle persone non siano più in contrasto, ma si sostengano a vicenda. Perché restituire equilibrio al mondo del lavoro è il passo necessario per restituire serenità all’intera società e per andare con speranza verso un futuro sostenibile e di pace.
Giacomo
Nel loro insieme, questi contributi ci consegnano una visione chiara: la pace non è un obiettivo lontano, ma un processo che si costruisce a partire dalle relazioni quotidiane. Alla base di tutto c’è la famiglia, nucleo originario dell’educazione al rispetto dell’altro. È lì che si impara a riconoscere la dignità di ciascuno, a conciliare bisogni diversi, a trasformare i conflitti in occasioni di crescita. Da questa radice si sviluppano le relazioni aziendali e, per estensione, le relazioni tra Stati.
Per questo è fondamentale sviluppare politiche che sostengano l’educazione familiare al rispetto e alla conciliazione: servizi di cura accessibili, strumenti di flessibilità lavorativa, percorsi di sostegno alle famiglie fragili. Solo investendo nella famiglia come primo laboratorio di pace sarà possibile costruire una società più giusta e, di conseguenza, un ordine internazionale più stabile e cooperativo. La pace tra i popoli nasce dalla pace nelle famiglie.