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Educare alla pace in famiglia, educare alla conciliazione famiglia-lavoro

Intervista a Costanza Marzotto e Matteo Moscatelli a cura di Sonia Vazzano

La sua esperienza nel campo della mediazione famigliare è molto ampia: che cosa significa per lei “educare alla pace in famiglia”?

CM: Innanzitutto mi sembra necessario dire che il lavoro della mediazione familiare non è strettamente un lavoro di pacificazione, ma è un accompagnamento da parte di una figura terza affinché i 2 soggetti in conflitto (padre e madre) possano riorganizzare la vita familiare in modo costruttivo, anche quando la coppia si divide. La mediazione familiare è un intervento professionale specifico, previsto nella Riforma Cartabia ed in particolare dal Decreto Legislativo 149/2022 e dal Decreto Ministeriale 151/2023, che hanno introdotto nuove disposizioni sul ruolo del mediatore e sui requisiti formativi affinché aiuti a comporre i conflitti e ritessere le relazioni familiari. Sono assolutamente d’accordo sul fatto che la mediazione è per la pace. Non a caso, tutto il lavoro che stanno facendo nel mondo per mettere pace tra l’Ucraina e la Russia, necessita di un terzo che intervenga e che faccia da facilitatore nell’ascolto e nella comunicazione tra i soggetti in conflitto. Se posso usare un termine un po’ paradossale, nel mio lavoro di mediazione aiuto a comprendere il valore del conflitto. Il conflitto è una forma di legame, un legame che sicuramente attraversa una fase critica, ma che, se sufficientemente analizzato e trasformato, può portare alla pace in famiglia, tra gruppi sociali o nella comunità, e sappiamo quanto questa sia necessaria. Non solo nell’ambito delle separazioni la pace è indispensabile per i figli, ma lo è anche per il soggetto che necessita di una pace interiore. Quando ci sono conflitti e separazioni, a volte può verificarsi anche una riorganizzazione famigliare migliore. I figli possono continuare la relazione con entrambi i genitori che a volte prima della vita nelle due case, vedeva uno dei due a margine del rapporto. L’affido condiviso è la scelta prioritaria nelle coppie che si separano o divorziano e questo può generare pace soprattutto se ciascun genitore non parla male dell’altro, ma ne rispetta le differenze e le peculiarità.

Un esempio di cambiamento costruttivo a seguito di un conflitto, può essere la mediazione intergenerazionale, la cui esigenza parte prevalentemente dai nonni, che, ad esempio, non riescono più a vedere i nipoti. La mediazione intergenerazionale comporta alcuni incontri congiunti tra genitori e nonni mettendo al centro il benessere dei nipoti. Ovviamente in tutti questi casi le posizioni restano antagoniste, ma i bisogni, una volta nominati in presenza di un terzo, generano dei cambiamenti. Il primo cambiamento è proprio quello di ascoltare i bisogni dell’altro. In questo caso, appunto il terzo permette di trascrivere su un cartellone le esigenze dei diversi soggetti coinvolti e di averli davanti agli occhi e di poterli prendere in considerazione durante i 10 incontri quindicinali, come nel caso della mediazione familiare del divorzio.

Il corpo familiare si evolve secondo un suo itinerario, un ciclo di vita segnato da alcuni eventi critici anche prevedibili come la nascita di un figlio, un cambiamento di lavoro o un trasferimento in un’altra città, oltre alla separazione della coppia coniugale che resta sempre una coppia genitoriale. Educare alla pace in famiglia è come abituare i membri del corpo familiare a nominare le situazioni, a metter parola sui loro bisogni, perché la famiglia è il luogo in cui sempre si può parlare ed essere ascoltati. Ad esempio quando nasce un fratello, quello più grande può esserne geloso, oppure per i nonni il fatto che la nuora abbia tradito il proprio figlio, può generare momenti di grande conflittualità. Se non si dà voce, se non si può mettere parola a questi sentimenti dolorosi e faticosi, la pace non c’è (al massimo c’è del silenzio!).

Quali sono i principali conflitti che sorgono nelle famiglie? Quali sono a suo avviso le principali cause di conflitto in famiglia? Quali le strategie che è possibile mettere in atto per gestirli?

Ad esempio, nella coppia, il conflitto principale non è tanto la differenza di genere che anzi può generare un arricchimento, ma la diversità della cultura familiare del partner, che con le nozze o all’inizio della convivenza, dovrebbe trasformarsi in abitudini familiari del nuovo corpo familiare. Basta pensare ai conflitti che si generano su cosa mangiare e su come spendere i soldi, oppure quando ci sono dei figli, come educarli, quali valori trasmettere. In genere tra i due membri della coppia ce n’è uno più motivato a compiere una scelta educativa e l’altro finisce per adeguarsi. Tra gli adulti uno dei conflitti che può portare alla rottura del legame è il tradimento, che può esitare nell’esaurimento del patto coniugale, quando non rimane più niente che nutra la relazione. Pensiamo ad esempio al disinteresse per la relazione sessuale o l’impossibilità di passare del tempo libero insieme. Un altro conflitto può essere generato dal patrimonio (patris-munus), quando, ad esempio, in occasione della morte di un anziano, nel testamento non si sono accontentate le aspettative dei discendenti (fratelli o parenti a vario titolo). Divorzi e contese sui patrimoni vanno avanti anche molti anni e paradossalmente mantengono il legame in essere anche se l’obiettivo di fatto è rompere il legame a causa del conflitto nato intorno al patrimonio familiare. In merito alle strategie che è possibile mettere in atto ce ne sono alcune già in dotazione del corpo familiare: ad esempio per trasmettere modalità opportune per la gestione del conflitto basterebbe un buon corso per fidanzati dove si anticipa alla coppia l’eventualità che al di là degli affetti potrà sorgere tra loro una divergenza di opinioni in merito allo sport da far fare ai figli o alla nuova residenza della famiglia… La strategia principale quindi è sempre quella di nominare il conflitto e dare parola ai sentimenti sottostanti.

Una delle cose che insegno spesso nella stanza di mediazione, nelle primissime sedute, è imparare a dire: “Io penso”, “Io sento”, “Io ho questa percezione”, “Io vorrei questo”. Invece nel litigare, la prima cosa che si fa è dire: “Tu hai fatto…”, “Tu hai detto…”. Se riusciamo a cambiare strategia nella comunicazione, il cambiamento smonta immediatamente la pesantezza del conflitto e questo fa evolvere la relazione. Quando per esempio si dice un “no” ad un figlio, è opportuno chiarire le proprie motivazioni anche al partner e questo può rinforzare l’alleanza genitoriale. O quando una nonna non esprime correttamente alla nuora il proprio bisogno di vedere più spesso i nipoti e la rimprovera soltanto, non utilizza la buona comunicazione per smontare il conflitto. Sono degli esempi, ma in tutti i casi il primo passo è sempre nominare il bisogno e permettere che l’altro lo ascolti, senta le nostre parole.

In che cosa consiste la “prospettiva relazionale-simbolica” che utilizza nell’ambito della mediazione-famigliare?

Qualche anno fa insieme ad alcune colleghe ho scritto La mediazione famigliare. Indicazioni e strumenti per accompagnare la transizione del divorzio (Franco Angeli, 2021). Lo cito per più motivi. Tra l’altro perché contiene il lavoro di mediazione famigliare di tanti anni e poi perché mi piace molto questa copertina che ha disegnato Margherita, mia nipote. All’epoca aveva 8 o 10 anni, non di più, e in questo disegno ha immaginato le rocce della parte materna, le rocce della parte paterna e il concetto di mediazione come ponte, che è la metafora ricorrente. Poi un ponte di vari colori e con diversi incastri… Cosa c’entra tutta questa premessa con la domanda? Noi nell’ambito psicosociale siamo stati invasi dal comportamentismo, dall’analisi delle interazioni. Poi c’è stata un’attenzione particolare, da parte di Eugenia Scabini e Vittorio Cigoli che sono stati i miei maestri, alla dimensione relazionale, alle relazioni all’interno del corpo familiare e non solo. Queste dinamiche intrafamiliari e tra la famiglia e il contesto sociale è poi stata studiata anche dal punto di vista delle terapie sistemiche, cioè non si è più intervenuti a curare solo i soggetti coinvolti, ma a curare anche le loro relazioni. In campo clinico questo ha portato ad intervenire non solo su un’analisi individuale, ma sul corpo familiare. Quando abbiamo cominciato a lavorare sui conflitti familiari con la risorsa della mediazione familiare, circa 30 anni fa, ci siamo preoccupati di nominare le relazioni (non solo le interazioni), anche quelle intergenerazionali. Non a caso nel nostro modello di intervento utilizziamo il genogramma, dove il conflitto viene collocato in un panorama relazionale plurigenerazionale e complesso, in cui la dimensione simbolica aiuta a descrivere i legami, ma anche a evidenziarne il significato simbolico, ovvero con l’aiuto degli attori coinvolti nel conflitto, si può accedere al senso di quello che viene messo in atto. Al mediatore non compete interpretare e consigliare, ma solo fare domande che aiutino a verbalizzare le ferite, le emozioni che a volte non sanno di provare. Mi piace dirlo alla francese: “Mettre des mots sur les maux”.

Il nostro modello relazionale ci permette di accedere alla dimensione simbolica dell’io e a condividerla con l’altro. Nei gruppi di parola per figli di genitori separati, ad esempio, diamo sempre la possibilità ai figli di esprimere il dolore che provano nel vedere mamma e papà litigare o insultarsi e facciamo scrivere loro una lettera di gruppo che leggiamo ai genitori nell’ultimo incontro e alla quale i genitori rispondono con dei bigliettini anonimi. Oppure utilizziamo molto i giochi di ruolo, in cui vengono rappresentate davanti al gruppo situazioni reali, ma generalizzabili e comuni ai partecipanti.

Sappiamo che porta avanti diversi corsi sui “Conduttori dei gruppi di parola”: di che cosa si tratta nello specifico?

Prima di tutto devo dare atto che lo strumento “gruppo di parola” lo abbiamo conosciuto nel secolo scorso, in un convegno con il professor Vittorio Cigoli in Canada, grazie all’esperienza della professoressa Laurent Fillon, che definisco un po’ la mia maestra. Lei aveva messo in piedi questo strumento di 4 incontri da 2 ore ciascuno una volta a settimana per figli di separati di 6-12 anni o di 12-17 anni che guidati da un conduttore, possibilmente 2, mettono parola sulle loro vicende di divorzio in vista di una lettera comune che poi viene letta in presenza di papà e mamma nell’incontro finale. Infatti nella seconda ora del quarto incontro, quando sono presenti i genitori, il documento finale viene stampato e consegnato ad ognuno dei genitori i quali hanno qualche minuto per redigere un bigliettino anonimo che viene letto dai conduttori a voce alta a tutto il gruppo che ne beneficia molto! Noi abbiamo preso questa struttura di base e l’abbiamo portata in Italia dove è risultata uno strumento molto prezioso. Oggi è una risorsa riconosciuta anche dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, che ha pubblicato una mappa dei gruppi di parola disponibili in Italia. Anche la nostra Università Cattolica sta realizzando la X edizione del corso di formazione per diventare conduttore esperto di GdP, ovvero dove l’adulto di riferimento è colui che permette di accedere alla dimensione simbolica del conflitto della coppia coniugale, e garantisce la continuità dell’impegno genitoriale. Il GdP è una risorsa agile e accessibile che aiuta i figli a raffigurare gli eventi critici e a sentirsi autorizzati a parlarne. Come noto, poter parlare di un problema ne permette il cambiamento, anche se non è nel potere dei figli di ricongiungere papà e mamma!

Di recente portiamo avanti anche dei “gruppi di condivisione per i nonni” che hanno le famiglie separate. Anche in questi casi ci sono delle emozioni non tanto parlabili, innominabili, nel timore di ferire figli/e, generi o nuore. La condivisione nel gruppo permette di formulare messaggi per la nuova generazione, messaggi che spesso non si riescono a formulare, ma diventano comunicabili grazie anche a strategie suggerite dal gruppo. La dinamica gruppale infatti ti arricchisce e ti permette di nominare cose che tu da solo non riusciresti a nominare nemmeno di fronte al tuo psicoterapeuta. Infatti le domande al conduttore, vengono rigirate al gruppo stesso: e questo fa nascere una serie di risposte molto costruttive. Poi chiaramente trattandosi di pochi incontri spetta al conduttore del gruppo di parola tenere le fila del discorso in modo che migliori la comunicazione in tutto il gruppo e che ciascuno possa condividere difficoltà e successi sperimentati tra un incontro e l’altro.

Mi vengono in mente tantissime raffigurazioni simboliche di bambini che rappresentavano la propria casa con una doppia scala di accesso: una dalla quale saliva la mamma e una dalla quale saliva il papà. È il tema della continuità genitoriale dopo una separazione, che è stato illustrato così bene dai figli.

Tutto questo è quello che portiamo avanti da anni come Centro di Ateneo di Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica di Milano. Mi piacerebbe concludere con un auspicio: abbiamo iniziato a diffondere la mediazione famigliare nel secolo passato, ora è diventata legge. Spero che anche con i gruppi di parola si possa continuare nell’offerta di questa risorsa in tutta Italia, affinché questa transizione critica ma prevedibile del corpo familiare ‒ cioè la separazione coniugale ‒ sia accompagnata dalla continuità della responsabilità genitoriale e dalla buona qualità delle relazioni tra le generazioni.

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Quanto è importante l’educazione alla conciliazione famiglia-lavoro? Qual è il ruolo della sociologia in questo ambito?

MM: La sociologia è una grande lente di osservazione che ci permette di connettere le relazioni micro-familiari con il macro-sociale, quindi, con la sfera lavorativa e organizzativa. È un processo che però non tutti fanno, nel senso che spesso i soggetti non sono consapevoli di questi collegamenti, ma anche dall’esterno, le istituzioni ad esempio, non sempre ricordano l’importanza delle relazioni sociali. Tutto parte un po’ da noi, dalle relazioni, da questa capacità di osservarle e di valorizzarle. E la famiglia, in tal senso, è la prima palestra di risoluzione del conflitto, di conciliazione tra opposti, perché questi spazi relazionali sono il primo ambiente di apprendimento e di maturazione. Nelle famiglie si allenano tutte le nostre soft skills, tutte le nostre capacità relazionali e umane.

Ecco perché l’ambito educativo familiare è così centrale ed è più facile che da questo si possano trasmettere le soft skills che vi si apprendono, portandole in ogni contesto, in primis a quello lavorativo.

Oggi si comincia a parlare di competenze famigliari che si possono portare a lavoro: le capacità di cura, l’empatia, la pazienza. Anche le organizzazioni devono imparare a riconoscerle. La stessa conciliazione di vita personale e professionale è una competenza che spesso è lasciata alle famiglie e che spesso viene tematizzata a partire dai conflitti. Si tratta di un’area di benessere su cui bisogna investire in questo apprendimento bi-direzionale, sottolineando il ruolo principale che in questo apprendimento riveste la famiglia, anche per le aziende.

Nell’educazione alla conciliazione famiglia-lavoro ad esempio la fiducia è un bene relazionale primario che ci aiuta a leggere i bisogni emergenti. Poi c’è la capacità di valorizzare il tempo, la cura, la reciprocità, l’orientamento cooperativo, l’ascolto, l’equità. La conciliazione è una sfida innanzitutto legata ai beni relazionali.

Che rapporto c’è a suo avviso tra la costruzione di dinamiche di pace in famiglia e la costruzione di dinamiche di pace a lavoro? È possibile rintracciare un filo rosso che accomuni entrambe le esperienze?

Nell’ambito della mediazione familiare proponiamo alcuni approcci metodologici. Per esempio il modello relazionale simbolico, di cui ha già parlato la mia collega. Io dico sempre che bisogna procedere per step. Sicuramente il primo elemento che pongo è quello dell’assunzione di una posizione terza, cioè agire da un punto di vista terzo aperto all’ascolto e alla comprensione del conflitto. Questo consente di evitare di essere “invischiati” nel conflitto, distaccandosi dalle emozioni distruttive ed entrando in una posizione riflessiva. In questo modo è possibile esplorare i conflitti latenti, andare oltre gli stereotipi e le semplificazioni che spesso ci sono nei conflitti e capire le motivazioni profonde che possono esserci in un conflitto, sia esso di conciliazione famiglia-lavoro o di tipo relazionale in senso più ampio, dovuto a una mancanza di fiducia oppure una problematica della relazione.

Esplorare il conflitto latente vuol dire non avere paura di quello che c’è dietro, delle motivazioni nascoste, perché senza esplorare le logiche, gli obiettivi che gli attori hanno non si può mai arrivare a una risoluzione. Il processo relazionale di distacco, ad esempio, legato alla gestione delle emozioni nell’esplorazione del conflitto latente richiede anche una capacità cognitiva che può portare a superare i meccanismi dell’escalation che in genere si creano, come aggressività verbale, violenza fisica, coercizione, abuso di potere. Il superamento avviene proprio grazie a delle soft skill, come la gentilezza, la cultura dell’apprezzamento, la presa di responsabilità. In questo modo si attua un approccio trasformativo negoziale, che può rendere il conflitto generativo, evitando che i due poli si scontrino all’infinito ma che si aprano a un approccio win-win, raggiungendo un accordo attraverso una negoziazione. Questo non solo può far nascere nuova fiducia, ma una nuova modalità relazionale di stare insieme, un nuovo patto.

Nel caso del conflitto di coppia con figli, ad esempio, con la separazione si assume un nuovo mandato, che non è più prerogativa della coppia coniugale, ma di quella genitoriale. E in questi passaggi trasformativi e psicologici apprendiamo innanzitutto in famiglia, anche nelle crisi.

È ovvio quindi che se questi apprendimenti non li riusciamo a fare nostri nel micro (famiglia), non riusciamo a portarli nel macro (mondo). Questo filo rosso che collega le relazioni alle comunità più ampie è importante. Siamo in un’epoca dove c’è una grande richiesta di pace. Questa speranza di pace è un continuum anche della ricerca sociologica.

A partire dal contesto digitale odierno lei parla in alcuni suoi studi della necessità di “riumanizzare le relazioni”: questa ri-umanizzazione vale anche per i contesti organizzativi?

Quella del digitale è una dimensione un po’ trasversale tra le diverse sfere, perché ormai è entrata nell’intimità e nei legami familiari. Addirittura si parla di relazioni ibride digitali, quindi di qualcosa che attiene entrambe le sfere: privata e pubblica.

Bisogna, anche qui, avere delle digital skills, delle nuove soft skills mature, per non farsi superare dal digitale. Con tutti gli strumenti digitali che abbiamo bisogna imparare a conciliare le nostre soft skills con le competenze digitali, ad esercitare una leadership, traghettando la nostra umanità nel digitale.

Il digitale non è necessariamente uno strumento negativo, perché se riusciamo ad approcciarci ad esso con uno stile di leadership efficace possiamo sfruttarlo a nostro vantaggio.

Faccio l’esempio di un’app che abbiamo analizzato nel contesto lavorativo e che fornisce dei riconoscimenti di fronte a qualcosa che è stato fatto bene. Una sorta di feedback che possiamo sperimentare tra colleghi. Si tratta di un’app innovativa perché permette una nuova tipologia di comunicazione implementata sulla fiducia, uno strumento dove il non detto viene superato grazie alla comunicazione dell’app. Anche chatGPT può essere utilizzata in una forma matura per alcuni aspetti, con maggiore responsabilità, condividendo gli obiettivi e le modalità di utilizzo.

Si tratta di vivere i beni relazionali, come la responsabilità e la fiducia, come una sorta di human agency, che ci guida nella sfera organizzativa anche attraverso il digitale, da cui non si può prescindere in questo momento storico, ma che si fonda sempre su basi umane innanzitutto. Ecco perché a volte il digitale può, paradossalmente, implementare la nostra umanità perché ci può fornire uno strumento comunicativo in più, degli spazi in più per creare legami, per tenerci in contatto. Poi rimane tutto in mano nostra, in mano alla nostra fiducia e responsabilità. Le nostre competenze relazionali possono essere deboli. Il digitale, paradossalmente, secondo me, o comunque magari ancora inconsapevolmente, può aiutarci ad umanizzare le relazioni in modi anche nuovi. Quindi non è necessariamente distruttivo, a meno che non divenga uno strumento opportunistico in termini economici, che sfrutta il nostro tempo, la nostra capacità di riflettere e di ascoltare.

Se viene erosa la nostra human agency è un rischio. Se invece la può amplificare o valorizzare può diventare generativo. Come sempre dipende dai contesti e dagli attori di riferimento. E in questo caso sono meno convinto che si apprenda specialmente in famiglia, perché ormai permea tanti contesti e le famiglie sono un po’ sovrastate da questa dimensione; occorre un alleanza tra tutte le agenzie per ridefinire e governare il digitale dal punto di vista culturale. Non dobbiamo dimenticare che le relazioni sane hanno una forte componente culturale.

Sappiamo che si è occupato di recente del tema del silenzio in ambito sociologico: qual è il ruolo del “silenzio” nell’educare alla pace in famiglia e a lavoro?

Il silenzio è una delle nostre forme di vita, del nostro modo di essere in vita. E però anche qui lo spazio è ambivalente, perché può assumere anche i caratteri della coercizione, del dominio. Pensiamo al silenzio degli oppressori, un silenzio che è magari legato solo a un’obbedienza. Se invece il silenzio è vissuto da un punto di vista innanzitutto comunicativo, con una posizione legata all’ascolto e alla comunicazione, ma poi con un’opzione anche qui relazionale, può essere collegato a una riflessività sull’altro che può portare a leggere feedback relazionali, a mettersi nei panni dell’altro. Può essere quindi uno spazio di riflessività, in cui andiamo oltre il nostro punto di vista individuale e riusciamo a leggere le nostre relazioni. Se ci apriamo all’altro e quindi anche alla speranza e alla conciliazione, riusciamo anche a trovare pace nel silenzio. Se invece il silenzio diventa solipsistico, una sorta di introspezione, può portarci magari alla calma, ma non diventa una forma relazionale.

Pensiamo alle proteste silenziose, contro la guerra e i conflitti. Se assumiamo quest’ottica relazionale comunitaria, di attenzione all’altro, il silenzio diventa uno strumento importante di riflessività relazionale e cambiamento, orientato alla conciliazione e alla pace.

Autore

  • È nata in Italia il 27 maggio 1947. Si sposa nel 1969, ha tre figli e cinque nipoti. Diplomata in servizio sociale, laureata in filosofia e iscritta all’albo dell’ordine professionale degli psicologi della Lombardia, n. 03/733, è socio fondatore della SIMeF, Società italiana dei mediatori familiari nel 1995, e socio didatta, Certificata mediatore familiare, AICQ/SICEV di Milano n. 014. Membro del board scientifico e responsabile per la formazione del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica di Milano, pratica come mediatrice familiare nei conflitti coniugali per separazione o divorzio e nei conflitti intergenerazionali. Conduce gruppi di parola per figli di genitori separati, per figli che hanno perso un genitore, per genitori separati e per nonni di famiglie divise. È formatrice e supervisore in mediazione, in Italia e all’estero.

  • È laureato in Psicologia delle Organizzazioni e del Marketing e il PhD in Scienze Organizzative e Direzionali presso l’Università. Dal 2022 è ricercatore a tempo determinato presso la Facoltà di Psicologia della stessa Università, dove si occupa di welfare, innovazione sociale e valutazione d’impatto dei servizi, con particolare attenzione all’agency relazionale e al capitale sociale. Ha conseguito l’Abilitazione Scientifica Nazionale come professore associato di Sociologia Generale (2020) ed è autore di circa 100 contributi scientifici. È membro del consiglio scientifico della sezione Politica Sociale dell’AIS dal 2021, del comitato direttivo del Master in Mediazione Familiare di ASAG, e partecipa ai gruppi di ricerca FamILens e ModaCult in Università Cattolica. Collabora inoltre a comitati scientifici e editoriali di riviste e collane dedicate a sociologia, welfare e innovazione sociale.

  • Laureata in Filosofia, ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in Teoria e storia della storiografia filosofica. Dopo un master in Editoria e comunicazione, si è specializzata alla Sda Bocconi in un Percorso manager per il no profit. Per la Fondazione Marco Vigorelli coordina le attività di ricerca e formazione. Professional Certified Coach (PCC-ICF International), si occupa di attività di Corporate, Business e Life coaching. Tra le sue certificazioni, quelle di Assessor, Practitioner ed Educator di Intelligenza emotiva (Six Seconds).